Cina e altri orienti

Il risvolto di copertina di Cina e altri Orienti di Giorgio Manganelli, in vendita sul sito di Adeplhi anche con uno sconto del 15 per cento, è il segno di un lavoro, quello editoriale, che ancora qualche lustro fa veniva fatto con cura, perché adempie al suo compito con mirabile precisione: è scritto bene e mette voglia di comprare l’opera. 

Per questo lo riproponiamo: 

«Andare in Asia, eh? So già cosa vi immaginate. Qui sarà tutta una luminaria di illuminazioni, una visione di visioni, una rivelazione di cose che, altrove, non si rivelano. Credete? Mandate a girar per l’Asia un professore nevrotico, diventato poi pensionato, poi gazzettiere, e il risultato sarà sensibilmente diverso. Deprimente, diciamo». Così scriveva Manganelli nell’irri­dente, paradossale risvolto destinato a spiazzare i potenziali acquirenti della nuova edizione, accresciuta di molteplici Ori­en­ti, di un libro apparso in origine nel 1974 (nel frattempo, fra il 1975 e il 1988, ai reportage da Cina, Filippine, Malesia se n’erano aggiunti numerosi altri: Arabia, Pakistan, Kuwait, Iraq, di nuovo Cina, Taiwan). Un’edizione che Manganelli predispose minuziosamente pochi mesi prima di morire, nel 1990 – tanto la serie di viaggi orientali gli stava a cuore –, ma che non venne mai realizzata: almeno sino a oggi, grazie alle cure impeccabili di Nigro. Ma perché «deprimente»? Perché il lettore affetto da ansia di assoluto non avrebbe trovato né Siddhartha né un solo guru, «se non con fondotinta di imbroglione a fin di bene cosmico». Il che non stupisce, essendo scopo precipuo del­l’autore, semmai, quello di raschiare via un po’ di anima: sicché «scolorina sulle apparizioni; antinevralgici per i fachiri, sordina sulla scala pentatonica; Coca-Cola nella Cina popolare». In compenso, il lettore avrebbe trovato – divertendosi, per di più, pazzamente – qualcosa di altrettanto prezioso: la chiave per comprendere «i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’appa­renza del­l’ovvio» e quanto meno intravedere quelle «linee del labirinto» che sono i nostri fratelli ignoti. Anche nelle vesti di viaggiatore, d’altro canto, Manganelli resta un ricercatore di segni, un decifratore di enigmi ed emblemi: in altre parole, un lettore che «non si illude di espatriare dalla propria biblioteca».

Dell’opera di Manganelli ha parlato qualche giorno fa Rivista Studio, in una bella recensione che pure vale la pena di leggere. Anche perché riproduce la stessa nostalgia per un tempo andato della letteratura italiana. L’autore, Cristiano De Majo, accosta infatti il libro di Manganelli al reportage di viaggio di Sandro Veronesi, scrittore dei tempi nostri, perché leggendo gli scritti di Manganelli, divertito, rapito, ammirato, mi sono anche sentito stupido. Perché, evidentemente, non producevo soltanto un impossibile confronto tra due scrittori italiani di epoche diverse, ma anche, e inevitabilmente, un confronto tra due epoche. L’epoca in cui Veronesi gira per languide metropoli su commissione di Traveller, che è anche l’epoca in cui ogni giallista che si rispetti ha commentato con parole ovvie e indifferenziabili dal ragionamento di un uomo della strada almeno un fatto di cronaca nera italiana, contro l’epoca in cui riviste e giornali popolarissimi (Epoca, Il Giorno, L’espresso) mandavano scrittori come Manganelli (o anche come Parise, che scrisse i bei reportage raccolti sempre da Adelphi in Guerre politiche) a raccontare la Cina, la Malesia, il Pakistan. E scrittori come Manganelli non potevano che offrire – venivano scelti per questo – il loro personalissimo e irriproducibile sguardo, che nessuna immedesimazione poteva avere con il punto di vista comune, senza per questo essere spocchioso o elitario”.

Il libro di Manganelli, pubblicato nella edizione curata da Silvano Nigro, racconta con linguaggio barocco – e quindi da assorbire, “digerire”, come ha detto qualche critico – di città come Manila, Hong Kong, Kuala Lumpur, Pechino, Shangai, e di “natura”, fino ad inventare verbi per i rumori della giungla, di invasione di motori a Bangkok e di come è visto l’Occidente da Oriente. 

Ma non è un diario, una guida da sfogliare, o un reportage alla maniera degli scrittori di oggi. Magari tra trenta anni avremo nostalgia di Veronesi, chi lo sa.

P.B