Cosa vedere a Praga

3 ottobre 2018

Dal blog delle Cosmopolite rubiamo qualche suggerimento su Praga, una delle città che si possono visitare con voli a poco prezzo e dove di solito si va per un week end o poco di più.

La prima tappa è piazza Venceslao, ovvero Václavské náměstí, con la sua statua equestre e la sua memoria di Jan Palach, piena di bar e di negozietti da girare. Ovviamente è una via turistica ma basta poco per allontanarsi. Se non uscirete proprio dal circuito turistico certo troverete un mercatino (Havelské tržiště Market) e poi la città vecchia, con il famoso orologio astronomico della fine del 1400. Ancora qualche passo ed ecco il ponte Carlo, un massiccio ponte di pietra pieno di turisti, di artisti, di artigiani. Sopra, il Castello, che si raggiunge attraverso una gradinata.

Per la cena le Cosmopolite suggeriscono uno dei tanti ristoranti di Malá Strana. Per il secondo giorno si puà andare per chiese (tra le altre la Chiesa della Vergine della neve. Nel suo giardino un ristorante-birreria). Se volete vedere una scultura cinetica di Kafka, cercatela dopo il Legion’s Bridge. Infine, all’ingresso della collina di Petrin, c’è un impressionante monumento alle vittime del comunismo.

Infine, non perdete l’isola di Kampa, nel centro della città, lungo la Moldava. Per i praghesi è come Venezia, c’è un muro dedicato a John Lennon e molta altra arte.

Gaetano Vannuzzi

Da dove vengono i sogni, David Vann

Il romanzo si apre con la scena di Irene che racconta alla figlia Rhoda – ormai adulta anche lei – di quando, da bambina, rientrando a casa trovò la madre impiccata; e si conclude con una scena sostanzialmente identica, ma di assai maggiore, inaudito orrore.

In mezzo c’è la vita. La vita di una famiglia, o di una serie di coppie, ambientata in Alaska; persone normali (risparmiamoci l’ovvietà delle virgolette), eppure ciascuna con un suo tarlo che scava nel fondo, minando le fondamenta.
Irene e Gary – la coppia centrale, pensionati che decidono di costruirsi un capanno su una vicina isola deserta per andare a viverci. E’ il sogno vagheggiato da decenni; almeno quello di Gary. E Irene? Irene lo asseconda, ma in realtà dentro di sé ha maturato la convinzione che il marito non l’abbia mai amata, che stia per lasciarla e cerchi solo un pretesto per farlo. Hanno una  figlia, buona, responsabile e amorevole, Rhoda, che vive con Jim, facoltoso dentista col quale la ragazza sogna di poter mettere su famiglia, una vita solida e serena, una bella casa, bambini… lei intanto lavora con grande dedizione in un ambulatorio veterinario (al quale tuttavia non manca, di tanto in tanto,  di sottrarre – rischiando il licenziamento – antidolorifici per alleviare i malanni – veri o immaginari: altro tema centrale della storia – della madre). Quanto a Jim, il suo progetto di vita (nascosto, ovviamente) è di tutt’altro genere, e inizia con una faticosa e altamente dispendiosa avventura erotica con la bellissima Monique.
L’altro figlio di Irene e Gary, Mark, sembrerebbe essere il più felice e realizzato: fa il pescatore, con passione, ha una ragazza che ama, e amici; sembrerebbe allegro, solare. Perché allora quell’inquietante rituale di frustare a sangue con un ramoscello ragazza e amici durante la sauna? – con la motivazione che “stimola la circolazione”…
Gary e Irene iniziano a costruire il capanno. Ma l’inclemenza estrema del tempo, la fatica, e soprattutto le tensioni e le reciproche recriminazioni che vengono fuori, trasformano la realizzazione di un sogno in un incubo. Si sono spinti troppo in là, dicendosi parole cariche di risentimento, ognuno accusando l’altro di essere la causa della propria infelicità.

E la follia non è poi così lontana dalla normalità – banale considerazione, come insegnano secoli di letteratura. Rhoda arriverà troppo tardi, agitata da angosciosi presagi. Si troverà davanti uno scenario di inimmaginabile ferocia, tanto quanto feroce può diventare il rimosso, lasciato incancrenire, di una vita qualunque.

Su Vann: il suo blog.

Una pagina da Le Monde

Una del New York Times

di Mariletta Caiazza

Zanzibar, oltre la cartolina

ISOLE


Zanzibar, oltre la cartolina

A febbraio, mentre l’Italia tutta era nella morsa della neve, sono andata a Zanzibar. La stagione era quella giusta: monsone secco, niente (quasi niente) pioggia, niente zanzare, caldo asciutto.

 

Come sempre, quando arrivo in posti di questo tipo, la cosa che per prima attrae il mio interesse è il percorso tra l’aeroporto e la cartolina – per così dire. Cioè attraversare, in macchina o in autobus, le periferie, e poi i villaggi, le attività degli agglomerati lungo la strada principale. Vedere la gente alle fermate degli autobus, incontrare le scolaresche, osservare i mezzi di trasporto, i negozi, i mercatini, i cantieri con lavori in corso. Facendo mille domande all’autista, che volentieri risponde illustrandoci ogni cosa – ad esempio il significato degli abiti indossati dalle varie etnie nelle diverse circostanze.

L’arrivo al resort sulla spiaggia mostra una visione pienamente all’altezza della cartolina: spiaggia immensa, semideserta, bianchissima; mare da sogno, in strisce di tutti i colori dal blu al celeste acquamarina, su cui si affaccendano i pescatori nelle loro caratteristiche imbarcazioni. Palme, rocce sormontate da arbusti, gentile riparo al solleone. Tiriamo fuori i teli, e appena sdraiati in riva al mare sulla spiaggia libera inizia il brutto: arriva in un battibaleno il primo postulante locale, che parla italiano (come quasi tutti qui), e ci mostra un souvenir; subito dopo un altro, che ci propone un’escursione; all’arrivo dell’ennesimo, ci alziamo e rientriamo nel perimetro del resort, avendo subito realizzato chiaramente che – qui nella zona turistica – è l’unico spazio al riparo dell’assalto, vampiresco e incessante. Deprimente constatazione.

Ma ancora più deprimente è il primo tentativo di balneazione: più che deprimente, fallimentare. Constatiamo che c’è la bassa marea, condizione nella quale la balneazione è impossibile. Beninteso, eravamo già informati sulla presenza del fenomeno; ma non che, avendo davanti un mare mozzafiato, ci si dovesse astenere dal bagno praticamente per metà giornata. In compenso, l’aspetto pittoresco della bassa marea è l’entrare in azione delle donne, che si mettono a raccogliere piccoli esseri vegetali o animali dal fondale, riponendoli poi nei secchi che trasportano sulla testa. Il mio compagno sfida l’evidenza e la ragionevolezza, e, determinato a farsi il bagno, inizia ad attraversare il lungo tratto di fondale lasciato semiscoperto dalla bassa marea per arrivare ad un punto dove ci si possa immergere. Beccandosi una bella collezione di enormi spine di riccio ad una mano. Una rapida occhiata ai pochi bagnanti sul bagnasciuga mostra una serie di sventurati alle prese con analoghe collezioni in più parti del corpo. Tiro fuori dallo zainetto la pinzetta che da previdente viaggiatrice avevo portato con me per la bisogna, ma subito verifico che – sa il cielo perchè – questo tipo di spine, a differenza di quelle nostrane, con lo strumento citato si frammenta anzichè venir fuori. Allora chiediamo aiuto al resort, dove ci assicurano il pronto intervento di un curatore locale. Lo vediamo avanzare munito di: una bottiglietta contenente un misterioso liquido giallastro; un coltellaccio; una papaya. Io (la sempre previdente) tiro fuori il Citrosil e il cotone idrofilo (disinfezione innanzitutto!), ma il locale declina, e, poco avvezzo alle spiegazioni (e come dargli torto? Costretto a salvare simili cretini ogni giorno della sua vita), incide la papaya col coltellaccio, ne preleva il denso umore e lo sparge sulla parte offesa, irrorandola poi col liquido misterioso (che poi scopriremo essere nient’altro che paraffina), e avvolge il tutto con un pezzo di fazzolettino di carta, a mo’ di benda, raccogliendo poi gli arnesi e disponendosi ad andarsene. – Ma le spine?!? non le toglie le spine? – chiedo allarmata. – Tomorrow he’ll be ok – è la laconica risposta del curatore. Effettivamente, il dolore e l’infiammazione erano già spariti, e dopo qualche giorno le spine pure.

Ma torniamo alla cartolina.

Fedele ma solo in facciata. Perchè quel mare stupendo, oltre ad essere di fatto inavvicinabile per gran parte del giorno, quando poi finalmente la marea risale risulta intorbidato dal moto ondoso. Insomma, mare splendido da guardarsi, ma decisamente deludente per la balneazione. Com’è possibile, ci chiediamo, che nessuno qui abbia pensato – né i locali, né gli stranieri gestori delle strutture turistiche – a organizzare un semplice servizio di zattere, o barchette di legno, per trasportare gli aspiranti bagnanti al di là della bassa marea e far loro conseguire l’agognata nuotata ogni volta che ne abbiano voglia, senza dover aspettare ore e ore? (Ci viene la fantasia di organizzarlo noi. “Swimming taxi”, lo chiameremmo. E’ bello fare progetti oziosi, in vacanza). Ci rivolgiamo a uno dei tanti giovani che sono lì ad abbordare i turisti con ogni sorta di mercanzia. La domanda lo lascia di stucco. Poco dopo ce lo vediamo tornare con un altro. “Il mio amico può portarvi con la sua barca a fare il bagno”. “Ah bene! E quanto vuole?” “20 dollari”. Venti dollari. Venti dollari per ogni nuotata che un povero bagnante dovrebbe potersi fare in pace in ogni giornata di mare di una settimana di vacanza di mare. Ma sei scemo? (dico, ma tra me e me). Ecco, la cosa che ci fa montare la rabbia è questo spirito vampiresco, questo vedere il turista come il ricco pollo da spennare al massimo – non a cui offrire servizi ragionevolmente remunerati. Ma – naturalmente – è fin troppo noto e ovvio che i primi, e ben più feroci, vampiri in queste terre siamo stati e continuiamo ad essere noi occidentali; loro, semplicemente, ci ripagano come possono. Il fatto è che questo, alla lunga, è un modo perdente anche per loro.

E a questo proposito, un’altra caratteristica del luogo è l’espansione vertiginosa dell’impresa turistica italiana, che qui – a nostro parere – sembra dare, se non proprio il peggio di sè, un’idea di turismo che speravamo sorpassata. I resort gestiti da italiani (sembrerebbe la maggioranza) saranno anche gradevoli, anche costruiti con un certo garbo e rispetto del paesaggio, ma perpetuano un modello veramente fantozziano-vanziniano di organizzazione della vacanza: un’Animazione continua e ridicola, un grottesco folklore, un proliferare di percorsi di souvenir, animati da locali abbigliati da guerrieri masai o qualcosa del genere, contrassegnati da titoli ammiccanti riferiti a un mondo dello spettacolo (italiano!) di quart’ordine. Il nostro resort, gestito da una amabile anziana coppia inglese, era un modello di sobrietà e di tranquillità che ha reso il nostro soggiorno veramente delizioso. Vicinissimo, c’è il villaggio; non quello dedicato ai turisti, che prevede una visita a pagamento, con i locali ridotti a figuranti, ma quello delle case dove vive la gente. Con frotte di bambini che girano scalzi, tra galline e capre, giocando con un copertone. Con gli adulti seduti davandi alle povere case, più che altro catapecchie, senza elettricità nè acqua corrente. Con i piccoli banchetti di venditori di frutta. Con un negozio di barbiere, dove il mio compagno si fa tagliare barba e capelli. Con la scuola, e un campetto di calcio. Ci andiamo ripetutamente, ed è quello che da solo vale il viaggio; eppure qui di turisti se ne vedono davvero pochi. Attenzione, naturalmente, a chiedere sempre il permesso di fotografare: la maggioranza, soprattutto le donne, si ritraggono indignate. Con poche eccezioni: ad esempio le donne di una piccola bottega di sartoria sulla strada. Bellissima foto.

Bene, ma oltre al mare? Cosa promette la cartolina? Oltre al mare – con possibilità di escursioni su atolli per fare snorkelling – c’è Stone Town, la capitale. Che è bellissima. Bellissimo il bianco dedalo di vicoli del centro storico, in architetture stratificate – arabe, indiane, moresche, coloniali, icasticamente rappresentate dalle diverse porte. Affascinanti il mercato coperto, i vecchi alberghi, i negozietti, tra cui una splendida libreria. La casa di Freddie Mercury, vicina al porto. I monumenti, tra i quali il grande palazzo dei sultani, la fortezza araba, il dispensario. E – luogo veramente memorabile – il mercato degli schiavi, ubicato sotto una chiesa anglicana, che mostra le segrete con le catene. Si raccomanda la visita guidata. Tutta la vergogna del mondo è passata di lì. A imperitura memoria, nel paradiso.

 

 

Mariletta Caiazza