Visitare il Ruanda?

4 febbraio 2019

Il Ruanda si trova nell’Africa centro meridionale, sul lato orientale. E’ un piccolo Paese rispetto ad altri del continente. E’ grande poco più della Lombardia. Confina a est con la Tanzania, che è molto più grande. A sud con il Burundi, a Nord con l’Uganda, ad ovest con la Repubblica Democratica del Congo. Se nella vostra memoria ci sono gli orrori legati a questo Paese e risalenti a qualche decennio fa, sappiate che oggi il Ruanda è un Paese relativamente tranquillo.

Il sito Viaggiare Sicuri  sottolinea che anche furti e rapine sono pochi e l’unica cura che dovete avere è quella di non viaggiare verso il confine con la Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, se viaggiate per turismo fermandovi meno di 30 giorni, basta in passaporto: il visto si ottiene all’arrivo.

Il Ruanda è un Paese civile: al vostro arrivo sarete informati che le buste di plastica eventualmente portate con voi saranno sequestrate perché dal 2008 è vietata qualsiasi busta di plastica. Per difendere l’ambiente e con l’ambizione di essere il Paese più pulito d’Africa.

La capitale è Kigali. Una città moderna, costruita su colline e valli, che ospita tra l’altro il Kigali Genocide Memorial, esposizione permanente per non dimenticare la strage di ruandesi della guerra del 1994. Ma oltre a Kigali ci sono molte possibilità di turismo responsabile – per incontrare i gorilla, per fare birdwatching, per fare safari ecologici. O di turismo culturale, perché in Ruanda ci sono sei musei nazionali sorprendenti per ricchezza e varietà.

Quando andare? Il clima è tropicale – siamo sotto l’Equatore. Ma il Ruanda ha anche altezze notevoli e dunque le temperature oscillano tra estremi piacevoli: la temperatura media annuale a Kigali è 21 gradi. Due stagioni delle piogge – da metà febbraio a maggio e da metà settembre a metà dicembre. Da giugno a metà settembre piove meno e le strade sono più praticabili. Due compagnie europee arrivano a Kigali: Klm e Turkish.

Il sito del turismo del Ruanda.

Se volete il Mali, per ora andate in Burkina Faso

Nei giorni scorsi il presidente ad interim dell’Assemblea nazionale del Mali ha detto senza mezzi termini che la crisi politica che sta annichilendo il suo Paese – con la dichiarazione di indipendenza della regione dell’Azawad, il Mali nord orientale, ad opera di gruppi islamisti – non è tanto o solo una questione religiosa. “Quel che si gioca nello spazio sahariano-saheliano in generale e Nord del Mali in particolare è anche la conseguenza delle lotte per l’influenza dele grandi potenze e dei loro alleati per il controllo delle potenziali risorse del suolo e del sottosuolo di questa vasta zona”, ha spiegato. Quel che è certo è che a causa della crisi della scurezza ed istituzionale, l’economia nazionale è stata gravemente colpita: e il bilancio dello Stato ne ha risentito soprattuto nel settore del turismo, uno dei più colpiti.
Qualche giorno fa il settimanale The Economist scriveva che in un fine settimana qualunque a Bamako, la capitale del Paese, era difficile trovare posto in un locale o in un ristorante. Ma dal colpo di Stato del 22 marzo, Paesi come la Gran Bretagna, la Francia, gli Usa, patria della maggior parte dei turisti che ogni anno visitavano il Paese, diramano informazioni in cui sconsigliano di partire per il Mali. Non è stato solo il colpo di Stato, ricordava il settimanale britannico. Già ad agosto dello scorso anno l’instabilità al Nord ha causato una perdita di 110 milioni di dollari al turismo, e 8000 posti di lavoro in meno rispetto a due anni prima. A Bamako – non a Timbuctu – hanno chiuso alberghi storici, come l’Azalai Grand. Nel mercato N’Golonina, famoso per i turisti, ricco di artigianato locale, continuano a chiudere le botteghe. Sia chiaro: anche il ministero degli esteri italiano sconsiglia vivamente di andare a Bamako in questo periodo. E se su TripAdvisor si trovano ancora recensioni apparentemente tranquille di hotel e ristoranti, forse per andare in Africa meglio spostarsi su altri Paesi.

Non lontano dal Mali è il Burkina Faso, che offre al viaggiatore con la valigia pronta un evento molto alla moda: il Waga Hip Hop festival, un evento ormai arrivato alla dodicesima edizione, vero e proprio festival della controcultura musicale del secondo millennio.

 

Se insomma il viaggiatore vuol sentire un po’ di quella parte dell’Africa, si scordi per un po’ di viaggiare alla ricerca del passato nell’antica Timbouctou, e si “accontenti” della moderna e vitale vita burkinabé. Per arrivarci si fa scalo in Marocco, e dunque si può volare con Royal Air Maroc direttamente da Roma o Milano. Ma anche via Air France.

Continente nero propone un comodo pacchetto di 10 giorni, a circa 3000 euro a persona. Ma si può anche spendere meno, viaggiando da soli.

Salvatore Tranchino

Zanzibar, oltre la cartolina

ISOLE


Zanzibar, oltre la cartolina

A febbraio, mentre l’Italia tutta era nella morsa della neve, sono andata a Zanzibar. La stagione era quella giusta: monsone secco, niente (quasi niente) pioggia, niente zanzare, caldo asciutto.

 

Come sempre, quando arrivo in posti di questo tipo, la cosa che per prima attrae il mio interesse è il percorso tra l’aeroporto e la cartolina – per così dire. Cioè attraversare, in macchina o in autobus, le periferie, e poi i villaggi, le attività degli agglomerati lungo la strada principale. Vedere la gente alle fermate degli autobus, incontrare le scolaresche, osservare i mezzi di trasporto, i negozi, i mercatini, i cantieri con lavori in corso. Facendo mille domande all’autista, che volentieri risponde illustrandoci ogni cosa – ad esempio il significato degli abiti indossati dalle varie etnie nelle diverse circostanze.

L’arrivo al resort sulla spiaggia mostra una visione pienamente all’altezza della cartolina: spiaggia immensa, semideserta, bianchissima; mare da sogno, in strisce di tutti i colori dal blu al celeste acquamarina, su cui si affaccendano i pescatori nelle loro caratteristiche imbarcazioni. Palme, rocce sormontate da arbusti, gentile riparo al solleone. Tiriamo fuori i teli, e appena sdraiati in riva al mare sulla spiaggia libera inizia il brutto: arriva in un battibaleno il primo postulante locale, che parla italiano (come quasi tutti qui), e ci mostra un souvenir; subito dopo un altro, che ci propone un’escursione; all’arrivo dell’ennesimo, ci alziamo e rientriamo nel perimetro del resort, avendo subito realizzato chiaramente che – qui nella zona turistica – è l’unico spazio al riparo dell’assalto, vampiresco e incessante. Deprimente constatazione.

Ma ancora più deprimente è il primo tentativo di balneazione: più che deprimente, fallimentare. Constatiamo che c’è la bassa marea, condizione nella quale la balneazione è impossibile. Beninteso, eravamo già informati sulla presenza del fenomeno; ma non che, avendo davanti un mare mozzafiato, ci si dovesse astenere dal bagno praticamente per metà giornata. In compenso, l’aspetto pittoresco della bassa marea è l’entrare in azione delle donne, che si mettono a raccogliere piccoli esseri vegetali o animali dal fondale, riponendoli poi nei secchi che trasportano sulla testa. Il mio compagno sfida l’evidenza e la ragionevolezza, e, determinato a farsi il bagno, inizia ad attraversare il lungo tratto di fondale lasciato semiscoperto dalla bassa marea per arrivare ad un punto dove ci si possa immergere. Beccandosi una bella collezione di enormi spine di riccio ad una mano. Una rapida occhiata ai pochi bagnanti sul bagnasciuga mostra una serie di sventurati alle prese con analoghe collezioni in più parti del corpo. Tiro fuori dallo zainetto la pinzetta che da previdente viaggiatrice avevo portato con me per la bisogna, ma subito verifico che – sa il cielo perchè – questo tipo di spine, a differenza di quelle nostrane, con lo strumento citato si frammenta anzichè venir fuori. Allora chiediamo aiuto al resort, dove ci assicurano il pronto intervento di un curatore locale. Lo vediamo avanzare munito di: una bottiglietta contenente un misterioso liquido giallastro; un coltellaccio; una papaya. Io (la sempre previdente) tiro fuori il Citrosil e il cotone idrofilo (disinfezione innanzitutto!), ma il locale declina, e, poco avvezzo alle spiegazioni (e come dargli torto? Costretto a salvare simili cretini ogni giorno della sua vita), incide la papaya col coltellaccio, ne preleva il denso umore e lo sparge sulla parte offesa, irrorandola poi col liquido misterioso (che poi scopriremo essere nient’altro che paraffina), e avvolge il tutto con un pezzo di fazzolettino di carta, a mo’ di benda, raccogliendo poi gli arnesi e disponendosi ad andarsene. – Ma le spine?!? non le toglie le spine? – chiedo allarmata. – Tomorrow he’ll be ok – è la laconica risposta del curatore. Effettivamente, il dolore e l’infiammazione erano già spariti, e dopo qualche giorno le spine pure.

Ma torniamo alla cartolina.

Fedele ma solo in facciata. Perchè quel mare stupendo, oltre ad essere di fatto inavvicinabile per gran parte del giorno, quando poi finalmente la marea risale risulta intorbidato dal moto ondoso. Insomma, mare splendido da guardarsi, ma decisamente deludente per la balneazione. Com’è possibile, ci chiediamo, che nessuno qui abbia pensato – né i locali, né gli stranieri gestori delle strutture turistiche – a organizzare un semplice servizio di zattere, o barchette di legno, per trasportare gli aspiranti bagnanti al di là della bassa marea e far loro conseguire l’agognata nuotata ogni volta che ne abbiano voglia, senza dover aspettare ore e ore? (Ci viene la fantasia di organizzarlo noi. “Swimming taxi”, lo chiameremmo. E’ bello fare progetti oziosi, in vacanza). Ci rivolgiamo a uno dei tanti giovani che sono lì ad abbordare i turisti con ogni sorta di mercanzia. La domanda lo lascia di stucco. Poco dopo ce lo vediamo tornare con un altro. “Il mio amico può portarvi con la sua barca a fare il bagno”. “Ah bene! E quanto vuole?” “20 dollari”. Venti dollari. Venti dollari per ogni nuotata che un povero bagnante dovrebbe potersi fare in pace in ogni giornata di mare di una settimana di vacanza di mare. Ma sei scemo? (dico, ma tra me e me). Ecco, la cosa che ci fa montare la rabbia è questo spirito vampiresco, questo vedere il turista come il ricco pollo da spennare al massimo – non a cui offrire servizi ragionevolmente remunerati. Ma – naturalmente – è fin troppo noto e ovvio che i primi, e ben più feroci, vampiri in queste terre siamo stati e continuiamo ad essere noi occidentali; loro, semplicemente, ci ripagano come possono. Il fatto è che questo, alla lunga, è un modo perdente anche per loro.

E a questo proposito, un’altra caratteristica del luogo è l’espansione vertiginosa dell’impresa turistica italiana, che qui – a nostro parere – sembra dare, se non proprio il peggio di sè, un’idea di turismo che speravamo sorpassata. I resort gestiti da italiani (sembrerebbe la maggioranza) saranno anche gradevoli, anche costruiti con un certo garbo e rispetto del paesaggio, ma perpetuano un modello veramente fantozziano-vanziniano di organizzazione della vacanza: un’Animazione continua e ridicola, un grottesco folklore, un proliferare di percorsi di souvenir, animati da locali abbigliati da guerrieri masai o qualcosa del genere, contrassegnati da titoli ammiccanti riferiti a un mondo dello spettacolo (italiano!) di quart’ordine. Il nostro resort, gestito da una amabile anziana coppia inglese, era un modello di sobrietà e di tranquillità che ha reso il nostro soggiorno veramente delizioso. Vicinissimo, c’è il villaggio; non quello dedicato ai turisti, che prevede una visita a pagamento, con i locali ridotti a figuranti, ma quello delle case dove vive la gente. Con frotte di bambini che girano scalzi, tra galline e capre, giocando con un copertone. Con gli adulti seduti davandi alle povere case, più che altro catapecchie, senza elettricità nè acqua corrente. Con i piccoli banchetti di venditori di frutta. Con un negozio di barbiere, dove il mio compagno si fa tagliare barba e capelli. Con la scuola, e un campetto di calcio. Ci andiamo ripetutamente, ed è quello che da solo vale il viaggio; eppure qui di turisti se ne vedono davvero pochi. Attenzione, naturalmente, a chiedere sempre il permesso di fotografare: la maggioranza, soprattutto le donne, si ritraggono indignate. Con poche eccezioni: ad esempio le donne di una piccola bottega di sartoria sulla strada. Bellissima foto.

Bene, ma oltre al mare? Cosa promette la cartolina? Oltre al mare – con possibilità di escursioni su atolli per fare snorkelling – c’è Stone Town, la capitale. Che è bellissima. Bellissimo il bianco dedalo di vicoli del centro storico, in architetture stratificate – arabe, indiane, moresche, coloniali, icasticamente rappresentate dalle diverse porte. Affascinanti il mercato coperto, i vecchi alberghi, i negozietti, tra cui una splendida libreria. La casa di Freddie Mercury, vicina al porto. I monumenti, tra i quali il grande palazzo dei sultani, la fortezza araba, il dispensario. E – luogo veramente memorabile – il mercato degli schiavi, ubicato sotto una chiesa anglicana, che mostra le segrete con le catene. Si raccomanda la visita guidata. Tutta la vergogna del mondo è passata di lì. A imperitura memoria, nel paradiso.

 

 

Mariletta Caiazza