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Perchè viaggi e libri.....

Il binomio viaggi e libri è un binomio naturale. Un libro è sempre un viaggio. E – potenzialmente - ogni viaggio è un piccolo libro, o forse, meglio, una pagina del libro non scritto che ogni vita può rappresentare. Va da sé che l'avverbio - “potenzialmente” - allude alla presenza di determinate condizioni, che fanno sì che si possa parlare di “viaggio” e non di un mero meccanico spostamento da un qui a un lì, come impacchettati in un pacchetto (il bisticcio di parole è voluto) di materiale impermeabile.

No, non staremo a riproporre la vecchia storia della differenza tra il Turista e il Viaggiatore: chi è che ai nostri tempi può dirsi un viaggiatore e non un turista, se non sei Bruce Chatwin, e nemmeno Tiziano Terzani, ma una persona qualunque, con un lavoro qualunque e un mese di vacanze l'anno? Tutt'al più si può essere turisti più o meno consapevoli, individui più o meno capaci di interrogare se stessi e le proprie aspettative prima di cercare l'altrove. Ma qui forse gioverà chiamare in aiuto il filosofo: “Se la nostra esistenza si svolge all'insegna della ricerca della felicità, forse poche cose meglio dei viaggi riescono a svelarci le dinamiche di questa impresa – completa di tutto il suo ardore e di tutti i suoi paradossi. Benché in maniera indiretta, infatti, i viaggi contengono una chiave di lettura del senso della vita che va oltre le costrizioni imposte dal lavoro e dalla lotta per la sopravvivenza; ciononostante raramente vengono considerati stimolanti sul piano filosofico poiché sembrano richiedere considerazioni di ordine eminentemente pratico. Veniamo così inondati di consigli sul dove, ma poco o nulla ci viene domandato circa il come e il perché del nostro andare. Eppure l'arte di viaggiare pone una serie di interrogativi nient'affatto semplici o banali, e il cui studio potrebbe modestamente contribuire alla comprensione di ciò che i filosofi greci indicavano con la bella espressione eudaimonia, ovvero felicità.” E' Alain de Botton, “L'Arte di Viaggiare”. Che più in là racconta di un pomeriggio amareggiato da un litigio avvenuto con la propria compagna durante un viaggio in un paradiso tropicale: “Se la nostra relazione amorosa si rivela improvvisamente minata da incomprensioni e da risentimento, non ci godremo dunque – non potremo goderci – nemmeno lussureggianti giardini tropicali e incantevoli bungalow sulla spiaggia”.

Dunque (e potrà sembrare un'ovvietà, ma non lo è affatto), se è vero che una delle molle del partire è qualcosa che somiglia alla ricerca della felicità, è del tutto illusoria l'idea che il semplice “spostarsi” in un bel posto garantisca di per sé il risultato. Inoltre, cruciale in questo senso è la scelta del compagno o dei compagni di viaggio: condizione che attiene anch'essa a consapevolezza (di aspettative e sintonie). E tutto questo non è forse vero anche per i libri? Portarsi in viaggio il libro sbagliato, perchè scelto frettolosamente o con valutazione superficiale, può rovinare la vacanza anche nel più bello dei paradisi. Per coloro per i quali la lettura è abituale compagna di vita, la scelta del libro è importante esattamente quanto la scelta del compagno o dei compagni di viaggio.

Ma oltre al piacere, alla bellezza, al relax, l'approdo di ogni viaggio, così come di ogni lettura intrapresa, è il conseguimento di una qualche modificazione che ce ne deriva, nel senso dell'arricchimento interiore e dell'ampliamento degli orizzonti; con ricadute che in qualche modo possono andare anche al di là della nostra piccola persona. Chiamiamo anche qui un altro esperto in materia: “In che modo il viaggio agisce come una forza che muta il corso della storia umana? Come può un semplice spostamento nello spazio influenzare gli individui, plasmare i gruppi sociali e modificare quelle durature strutture di significato che chiamiamo cultura? Il presente volume cerca di rispondere a queste domande...” E' l'incipit di “La mente del viaggiatore. Dall'Odissea al turismo globale” di Eric J. Leed, che ben descrive come il viaggiare abbia nutrito la sostanza stessa della storia dell'evoluzione umana.

Infine. Il senso, l'atmosfera, in alcuni casi la possibilità stessa del viaggio, sono legati, in misura non irrilevante, alle sussistenti condizioni generali esterne (storiche, geopolitiche, contingenti). Basti pensare all'11 settembre, o alle grandi pandemie planetarie. Vi rifletteva, oltre mezzo secolo fa, un grande scrittore e viaggiatore, Evelyn Waugh, lasciandocene testimonianza in “Quando viaggiare era un piacere”: “...ho viaggiato continuamente, sia in Inghilterra che fuori (...) Poi, nel 1935, ci fu l'invasione dell'Abissinia da parte degli italiani, e io ritornai in Africa, ma non più come libero viaggiatore. Nelle vesti di corrispondente di guerra (...) Il tempo di viaggiare è finito per me, né mi aspetto di vedere, nel prossimo futuro, molti libri di viaggio (...) In un mondo pieno di profughi e di apolidi non c'è posto per i turisti”.

In un mondo di guerre, disastri e crescenti moltitudini di diseredati, l'illusione della fuga non paga. La visione di vigilantes armati, sempre più spesso chiamati a proteggere i luoghi dorati di ricchi (o anche non tanto ricchi) viaggiatori, rappresenta icasticamente la sinistra negazione di tutto quanto dovrebbe costituire l'essenza stessa del viaggio: l'incontro, la conoscenza, lo scambio, il piacere, la libertà.

 

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