Novembre in Senegal, con qualche informazione

Il Senegal è un ottimo posto per passare i mesi di novembre e dicembre. La temperatura media a Dakar in questo periodo è di circa 25 gradi,  ed è dunque il momento migliore per fare camminate, qualche bagno sulle coste dell’Atlantico, escursioni sui fiumi. Sono finite le piogge – molto frequenti fino ad ottobre – 

E’ di ieri la notizia che il cittadino della Guinea che era stato ricoverato in isolamento a Dakar, capitale del Senegal, perché affetto dalla febbre emorragica da virus Ebola, è stato dichiarato guarito. Si tratta dell’unico caso fino ad oggi registrato nel Paese, dove le Autorità sanitarie mantengono comunque alto il livello di attenzione e restano in vigore i protocolli sanitari previsti. Sono chiuse le frontiere terrestri, marittime ed aeree con la Guinea, la Liberia, la Siera Leone. Dunque il Paese è un posto che – informandosi comunque sempre sul sito viaggiaresicuri.it e sui mezzi di informazione, si puà visitare. 

Altro punto critico riguarda il terrorismo. Il Senegal confina con il Mali e la Mauritania, e proprio le zone di confine sono da considerarsi non sicure e pertanto si sconsiglia vivamente di recarvisi. In queste aree sono infatti molto attivi i gruppi terroristici di matrice saheliana.

Meno preoccupante la criminalità comune, anche se in alcune aree dela periferia di Dakar, come Yoff, Colobane, e in alcune zone turistiche, come quella di Saly, quella del Lago Rosa si sono registrati casi di rapina. Come in tutto il mondo, è bene evitare luoghi isolati di notte e la mattina presto. 

Tra le proposte di viaggio, Jonas, che organizza viaggi di turismo responsabile, ha un “Capodanno 2014” nel Paese. Se volete andarci prima, e per meno giorni, provate le proposte di Quality Group

Fair tourism in Sud Africa

Se volete andare in Sud Africa, il sito dell’Ente del turismo vi offre la possibilità di scegliere i posti “fair”, località e alloggi che offrono correttezza, salari dignitosi, rispetto dell’ambiente e delle persone. “From fairness to happiness”, dice lo slogan.

Al primo posto, in questa speciale classifica, c’è lo Shiluvari Lakeside Lodge, a Limpopo, nel nord del Sud Africa. 

 

 

Il posto è definito “pioniere” nel “turismo responsabile”.  Parlando con lo staff si capisce la “certificazione”: il personale non è solo ben pagato ma è “orgoglioso” di lavorare in un posto dove si rispettano i diritti umani e l’ambiente. La famiglia proprietaria del Lodge, che si chiama Girardin, ha anche assoldato e promosso artisti locali, e tutto l’arredamento è prodotto da artigiani e produttori locali. 

La classifica dei dieci posti più “fair” la trovate qui, con ampia scelta di altre località del Paese.

Algeri, se ci andate fate attenzione

Purtroppo da molti anni l’Algeria non è il posto più tranqullo per i viaggiatori. In tutto il Paese rimane – a giudizio dei ministeri degli esteri occidentali – il rischio di attentati terroristici, che nella maggior parte dei casi sono rivolti contro istituzioni statali e ditte straniere presenti nel Paese. I gruppi  armati – come il movimento Al-Qaeda nel Maghreb islamico, nato dal gruppo radicale estremista di matrice islamica GSPC (Groupe salafiste pour la prédication et le combat), attivo da anni in Algeria – vivono di contrabbando e di sequestri, e in molte regioni del Paese. In quelle desertiche della parte meridionale, questo rischio è considerato elevato. Ma anche nel Nord terroristi e banditi compiono aggressioni . E’ dunque importante che – se si va in Algeria – si affidi ad una persona esperta del luogo la organizzazione del viaggio, che ci sia qualcuno che vi viene a prendere ad Algeri, e che ad Algeri scegliate alberghi e ristoranti che abbiano dispositivi di sicurezza (guardie, protezioni eccetera). I centri urbani più grandi, come Algeri, sono ovviamente sufficientemente sicuri, ma è bene evitare i luoghi di assembramento, come adunate, mercati, luoghi religiosi. 

Nei forum turistici gli algerini cercano di offrire del loro Paese una immagine meno preoccupante, e d’altra parte ad Algeri gli alberghi funzionano tutti benissimo.

Per esempio  l’Algeria è l’unico Paese a non esser stato colpito dalla “primavera araba”, dice Sunina, una ventitreenne che offre consigli sul Paese su TripAdvisor. 

Decidete voi, ma siate comunque prudenti, specialmente se girate di notte e in quartieri periferici. 

 

Mauritius, mare e altipiani a settembre

Chi avesse la possibilità di partire per luoghi caldi in questa fine estate, comincia ad adocchiare le offerte sui luoghi esotici. In questi giorni si può volare, dormire e mangiare per una settimana a Mauritius spendendo meno di 700 euro a persona. L’isola è lontana dal periodo dei cicloni occasionali, che di solito ci sono da dicembre a marzo (ma consultate sempre gli avvisi del sito “Viaggiare sicuri” del Ministero degli esteri, e ovviamente consultatevi con il vostro agente di viaggio) ed è in “inverno”, anche se inverno alle Mauritius vuol dire temperature tra i 18 e i 24 gradi.

Mauritius è fatta di spiagge bianche, protette da una barriera corallina che circonda quasi tutta l’isola, ad eccezione della costa sud, famosa per le onde tumultuose che si infrangono sulle scogliere a picco

All’interno le pianure diventano vere e proprie montagne, ed è anche molto suggestivo visitare l’altopiano centrale, fatto di laghi e crateri vulcanici estinti.

L’isola principale è circondata da alcuni isolotti disabitati.

Per chi ama il mare, per molti è la costa nord la più bella. Le spiagge più note, da Trou aux Biches ombreggiata dalle causarine alla spiaggia ad arco di Mont Choisy, che collega Trou aux Biches con Grand Baie, fino alla baia di Pereybere.

Patrimonio dell’umanità Unesco è la penisola di La Morne: uno spettacolo naturale da togliere il fiato, posta nella zona sud-orientale dell’isola,è anche il luogo in cui si nascondevano gli schiavi del XVIII e dell’inizio del XIX secolo, che si sentivano protetti dall’isolamento della montagna, dalla fitta boscaglia e dalle ripide falesie che rendevano il luogo pressoché inaccessibile.

Le tradizioni orali hanno tramandato fino a noi racconti di epiche fughe che hanno fatto di Le Morne il simbolo stesso della lotta degli schiavi per la libertà, delle loro sofferenze e dei loro sacrifici. Nel corso degli anni, questo luogo si è trasformato nell’emblema della battaglia contro la schiavitù e nel punto di ritrovo di tutti coloro che vogliono commemorarne l’abolizione, in particolare dei discendenti delle comunità di schiavi che ancora vivono sull’isola. .

E’ consigliabile – vedere sul sito del Ministero della Salute per altre informazioni – anche organizzarsi con una assicurazione sanitaria, se si vuole stare tranquilli.

Egitto, sapere dove si va

Come ampiamente prevedibile, la crisi in Egitto sta producendo inevitabili ripercussioni sul turismo nel Paese. Nel 2010 l’Egitto ebbe 14 milioni di visitatori, e quel numero di certo non sarà replicato. nei primi cinque mesi del 2013 sono entrati nel Paese quasi 5 milioni di visitatori, circa il 18 per cento in meno del 2012. Eppure le prenotazioni per l’estate sul Mar Rosso non sono andate a picco: l’80 per cento delle stanze dei resort della zona più conosciuta dagli italiani è già prenotata.
Le notizie che arrivano anche dalla penisola del Sinai però non sono incoraggianti. Da qualche giorno il sito della Farnesina dedicato ai turisti sconsiglia viaggi al Cairo, ad Alessandria, a Suez, ma anche nel Nord Sinai, dove si è registrato “un sensibile peggioramento del quadro di sicurezza”, come si legge. Associazioni come l’Astoi di Confindustria non segnala cancellazioni: secondo loro sono 76 mila le partenze verso il Mar Rosso, per ora.
Ma quanto i viaggiatori sanno delle loro vacanze, e del posto che visiteranno? Quanto sono realmente informati sul luogo che stanno per visitare? Guardiamo proprio al Sinai, e a un operatore come ClubMed, che propone l’esclusivo Sina Bay, vilaggio anzi “Resort unico in una baia protetta di 27 ettari, circondata da una spiaggia privata di 550 m di lunghezza, ideale per esplorare i fondali del Mar Rosso”. Nella scheda del villaggio, che si trova a Taba, a pochi chilometri dai confini con la Giordania e con Israele, e che secondo i viaggiatori è perfetto (basta vedere TripAdvisor), però, alla voce “informazioni sul Paese” non c’è una riga. Si sa che ci si trova in una splendida riserva, si scopre che – sempre leggendo i commenti dei viaggiatori – una escursione di poche decine di chilometri verso Petra può essere complicata, anche solo per passare i confini – e non si sa altro.

Nessuno potrà sapere, se naviga sui siti del ClubMed, che a Taba, dove c’è il magnifico resort, qualche anno fa furono colpiti proprio i turisti: l’Hotel Hilton di Taba insieme fu colpito da un attentato in cui morirono almeno trenta persone (anche qualche italiano). L’espolisvo utilizzato fece cadere almeno dieci piani di quell’hotel, che è stato ricostruito nel 2008.

A Taba si continua ad andare. Viaggi del Turchese, che organizzò il viaggio delle turiste italiane del 2004, propone una settimana all’Intercontinental o al Sofitel per meno di 600 euro in luglio e meno di 700 in agosto, compresi i pasti. Il mare sicuramente merita, e merita anche vedere il Sinai. Quello che a noi preme è che chi viaggia aumenti la curiosità, e abbia voglia di vedere e di conoscere i luoghi che visita, perché si scopra che anche se un villaggio in Costa Smeralda è più o meno come un villaggio sul Mar Rosso, tutto quel che c’è intorno cambia.

Domenico Costantini

 

Capire l’Egitto di oggi

Mentre l’Egitto vive momenti di grande tensione, e le immagini di piazza Tahrir sono nei teleschermi di tutto il mondo, Viaggielibri pensa sia utile dare qualche consigio di lettura per conoscere meglio l’Egitto di oggi, le origini di quel che accade.

Fondamentale per esempio il lavoro di studiosi che da decenni si occupano del mondo arabo-islamico, dei suoi movimenti politici, e del rapporto tra islamismo politico e democrazia. Si tratta di Gilles Kepel autore de Il profeta e il faraone. I Fratelli Musulmani all’origine del movimento islamista. Gli islamisti egiziani – infatti – sono nati settanta anni fa, con i Fratelli musulmani. Oggi devono fronteggiare la “concorrenza ideologica delle loro controparti dell’Asia sudorientale o della penisola arabica”, dice Kepel, ma sono”un gruppo con cui fare i conti: le lezioni che si possono ricavare sulle rive del Nilo possono aiutarci a decifrare che cosa succede nel nome dell’islam nel mondo di inizio XXI secolo, cominciato a New York una luminosa mattina di settembre”.

Una delle personalità del movimento è certamente Sayyid Qutb, morto nel 1966, martire della Fratellanza, uomo cruciale per il Movimento negli anni 50. Qutb è da allora considerato uno dei maitres à penser della galassia islamista. Le vicende biografiche, il contesto in cui il suo pensiero si è sviluppato, le principali categorie concettuali da lui elaborate, l’utilizzo delle sue opere e le riletture strumentalizzate che tanti ne hanno fatto dopo la sua morte, sono i passaggi fondamentali attorno ai quali si snoda il racconto di Patrizia Manduchi, che ha pubblicato per Aracne “Questo mondo non è luogo per ricompense”. E’ un racconto, che dunque si rivolge ad un pubblico ampio, e aiuta certamente a capire il pensiero islamico contemporaneo.

Uno studioso che in Italia ha esplorato a fondo l’islam politico è Massimo Campanini, che ha curato per Utet una vera e propria “enciclopedia” dal titolo “I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaeo”. Il libro, scritto da Campanini insieme a Karim Mezran, risale a prima delle elezioni egiziane, quando i Fratelli musulmani erano ancora al bando nel Paese che poi hanno di fatto conqusitato. I due autori partono da un presupposto: la varietà del mondo islamico al cui interno si inserisce l’altrettanto variegato universo di quella chiamata “Fratellanza”, cioè i Fratelli Musulmani. Un quadro piuttosto intricato dentro il già complicato mondo arabo-musulmano. Campanini e Mezran ricorrono quindi a una metafora cromatica per spiegare il contesto in cui si trova oggi il movimento. “Riteniamo che sia necessario uscire dalla contrapposizione tra il Verde e il Nero in cui si trova il medio oriente da almeno quarant’anni – si legge – Questa metafora indica da un lato, con il Nero, la capacità repressiva dello Stato mediorientale, in genere autoritario e autocratico, dall’altro l’unica reale opposizione a questo sistema, che è rappresentato dal Verde dei movimenti islamismi”. Premesso questo, scrivono gli autori, “si rende pertanto assolutamente necessario che le società mediorientali escano da questo vicolo cieco”.
Il libro dunque analizza sostanzialmente i luoghi esterni all’Egitto dove la Fratellanza ha potuto crescere.

Salvatore Tranchino

Se volete il Mali, per ora andate in Burkina Faso

Nei giorni scorsi il presidente ad interim dell’Assemblea nazionale del Mali ha detto senza mezzi termini che la crisi politica che sta annichilendo il suo Paese – con la dichiarazione di indipendenza della regione dell’Azawad, il Mali nord orientale, ad opera di gruppi islamisti – non è tanto o solo una questione religiosa. “Quel che si gioca nello spazio sahariano-saheliano in generale e Nord del Mali in particolare è anche la conseguenza delle lotte per l’influenza dele grandi potenze e dei loro alleati per il controllo delle potenziali risorse del suolo e del sottosuolo di questa vasta zona”, ha spiegato. Quel che è certo è che a causa della crisi della scurezza ed istituzionale, l’economia nazionale è stata gravemente colpita: e il bilancio dello Stato ne ha risentito soprattuto nel settore del turismo, uno dei più colpiti.
Qualche giorno fa il settimanale The Economist scriveva che in un fine settimana qualunque a Bamako, la capitale del Paese, era difficile trovare posto in un locale o in un ristorante. Ma dal colpo di Stato del 22 marzo, Paesi come la Gran Bretagna, la Francia, gli Usa, patria della maggior parte dei turisti che ogni anno visitavano il Paese, diramano informazioni in cui sconsigliano di partire per il Mali. Non è stato solo il colpo di Stato, ricordava il settimanale britannico. Già ad agosto dello scorso anno l’instabilità al Nord ha causato una perdita di 110 milioni di dollari al turismo, e 8000 posti di lavoro in meno rispetto a due anni prima. A Bamako – non a Timbuctu – hanno chiuso alberghi storici, come l’Azalai Grand. Nel mercato N’Golonina, famoso per i turisti, ricco di artigianato locale, continuano a chiudere le botteghe. Sia chiaro: anche il ministero degli esteri italiano sconsiglia vivamente di andare a Bamako in questo periodo. E se su TripAdvisor si trovano ancora recensioni apparentemente tranquille di hotel e ristoranti, forse per andare in Africa meglio spostarsi su altri Paesi.

Non lontano dal Mali è il Burkina Faso, che offre al viaggiatore con la valigia pronta un evento molto alla moda: il Waga Hip Hop festival, un evento ormai arrivato alla dodicesima edizione, vero e proprio festival della controcultura musicale del secondo millennio.

 

Se insomma il viaggiatore vuol sentire un po’ di quella parte dell’Africa, si scordi per un po’ di viaggiare alla ricerca del passato nell’antica Timbouctou, e si “accontenti” della moderna e vitale vita burkinabé. Per arrivarci si fa scalo in Marocco, e dunque si può volare con Royal Air Maroc direttamente da Roma o Milano. Ma anche via Air France.

Continente nero propone un comodo pacchetto di 10 giorni, a circa 3000 euro a persona. Ma si può anche spendere meno, viaggiando da soli.

Salvatore Tranchino

Mauritius, Twain e non solo

 

“Dio creò Mauritius e poi il Paradiso terrestre”: così scrisse Mark Twain, che si era rifugiato nell’isola dopo un fallimento, nel suo Following the Equator (Seguendo l’Equatore). Il sito del turismo dell’Isola di Mauritius si presenta così, in una pagina di “bibliografia” in cui – con l’autore americano – si citano Charles Baudelaire (che scrisse a Mauritius la sua prima poesia, A une Dame créole , mentre soggiornava a Pamplemousses, e le atmosfere esotiche del suo soggiorno segnano per sempre la sua opera).

Eccola

 

A une dame créole

 

Au pays parfumé que le soleil caresse,
J’ai connu, sous un dais d’arbres tout empourprés
Et de palmiers d’où pleut sur les yeux la paresse,
Une dame créole aux charmes ignorés.

Son teint est pâle et chaud ; la brune enchanteresse
A dans le cou des airs noblement maniérés ;
Grande et svelte en marchant comme une chasseresse,
Son sourire est tranquille et ses yeux assurés.

Si vous alliez, Madame, au vrai pays de gloire,
Sur les bords de la Seine ou de la verte Loire,
Belle digne d’orner les antiques manoirs,

Vous feriez, à l’abri des ombreuses retraites,
Germer mille sonnets dans le coeur des poètes,
Que vos grands yeux rendraient plus soumis que vos noirs.

 

E poi: Joseph Conrad. he aveva fatto scalo nell’isola per un carico di zucchero, ne rimase stregato e la descrive in Un briciolo di fortuna come “una perla che distilla grande dolcezza sul mondo”.

 

A raccontare di tropici e letteratura è un libro edito qualche anno fa da Neri Pozza editore. Si chiama Tropico dei sogni Lo ha scritto Ambrogio Borsani – scrittore, editore, docente universitario nonché direttore creativo. Borsani ricorda che fino al boom del turismo di massa Mauritius era nota solo ai filatelici, perché lì furono emessi alcuni dei francobolli più rari del mondo. Nel libro, oltre che di Baudelaire e di Twain, si parla del vero mito dell’isola. Quello di Bernardin de Saint-Pierre con la romanticissima storia di Paul et Virginie, il romanzo di un amore impossibile, un’assurda tragedia del pudore.

Zanzibar, oltre la cartolina

ISOLE


Zanzibar, oltre la cartolina

A febbraio, mentre l’Italia tutta era nella morsa della neve, sono andata a Zanzibar. La stagione era quella giusta: monsone secco, niente (quasi niente) pioggia, niente zanzare, caldo asciutto.

 

Come sempre, quando arrivo in posti di questo tipo, la cosa che per prima attrae il mio interesse è il percorso tra l’aeroporto e la cartolina – per così dire. Cioè attraversare, in macchina o in autobus, le periferie, e poi i villaggi, le attività degli agglomerati lungo la strada principale. Vedere la gente alle fermate degli autobus, incontrare le scolaresche, osservare i mezzi di trasporto, i negozi, i mercatini, i cantieri con lavori in corso. Facendo mille domande all’autista, che volentieri risponde illustrandoci ogni cosa – ad esempio il significato degli abiti indossati dalle varie etnie nelle diverse circostanze.

L’arrivo al resort sulla spiaggia mostra una visione pienamente all’altezza della cartolina: spiaggia immensa, semideserta, bianchissima; mare da sogno, in strisce di tutti i colori dal blu al celeste acquamarina, su cui si affaccendano i pescatori nelle loro caratteristiche imbarcazioni. Palme, rocce sormontate da arbusti, gentile riparo al solleone. Tiriamo fuori i teli, e appena sdraiati in riva al mare sulla spiaggia libera inizia il brutto: arriva in un battibaleno il primo postulante locale, che parla italiano (come quasi tutti qui), e ci mostra un souvenir; subito dopo un altro, che ci propone un’escursione; all’arrivo dell’ennesimo, ci alziamo e rientriamo nel perimetro del resort, avendo subito realizzato chiaramente che – qui nella zona turistica – è l’unico spazio al riparo dell’assalto, vampiresco e incessante. Deprimente constatazione.

Ma ancora più deprimente è il primo tentativo di balneazione: più che deprimente, fallimentare. Constatiamo che c’è la bassa marea, condizione nella quale la balneazione è impossibile. Beninteso, eravamo già informati sulla presenza del fenomeno; ma non che, avendo davanti un mare mozzafiato, ci si dovesse astenere dal bagno praticamente per metà giornata. In compenso, l’aspetto pittoresco della bassa marea è l’entrare in azione delle donne, che si mettono a raccogliere piccoli esseri vegetali o animali dal fondale, riponendoli poi nei secchi che trasportano sulla testa. Il mio compagno sfida l’evidenza e la ragionevolezza, e, determinato a farsi il bagno, inizia ad attraversare il lungo tratto di fondale lasciato semiscoperto dalla bassa marea per arrivare ad un punto dove ci si possa immergere. Beccandosi una bella collezione di enormi spine di riccio ad una mano. Una rapida occhiata ai pochi bagnanti sul bagnasciuga mostra una serie di sventurati alle prese con analoghe collezioni in più parti del corpo. Tiro fuori dallo zainetto la pinzetta che da previdente viaggiatrice avevo portato con me per la bisogna, ma subito verifico che – sa il cielo perchè – questo tipo di spine, a differenza di quelle nostrane, con lo strumento citato si frammenta anzichè venir fuori. Allora chiediamo aiuto al resort, dove ci assicurano il pronto intervento di un curatore locale. Lo vediamo avanzare munito di: una bottiglietta contenente un misterioso liquido giallastro; un coltellaccio; una papaya. Io (la sempre previdente) tiro fuori il Citrosil e il cotone idrofilo (disinfezione innanzitutto!), ma il locale declina, e, poco avvezzo alle spiegazioni (e come dargli torto? Costretto a salvare simili cretini ogni giorno della sua vita), incide la papaya col coltellaccio, ne preleva il denso umore e lo sparge sulla parte offesa, irrorandola poi col liquido misterioso (che poi scopriremo essere nient’altro che paraffina), e avvolge il tutto con un pezzo di fazzolettino di carta, a mo’ di benda, raccogliendo poi gli arnesi e disponendosi ad andarsene. – Ma le spine?!? non le toglie le spine? – chiedo allarmata. – Tomorrow he’ll be ok – è la laconica risposta del curatore. Effettivamente, il dolore e l’infiammazione erano già spariti, e dopo qualche giorno le spine pure.

Ma torniamo alla cartolina.

Fedele ma solo in facciata. Perchè quel mare stupendo, oltre ad essere di fatto inavvicinabile per gran parte del giorno, quando poi finalmente la marea risale risulta intorbidato dal moto ondoso. Insomma, mare splendido da guardarsi, ma decisamente deludente per la balneazione. Com’è possibile, ci chiediamo, che nessuno qui abbia pensato – né i locali, né gli stranieri gestori delle strutture turistiche – a organizzare un semplice servizio di zattere, o barchette di legno, per trasportare gli aspiranti bagnanti al di là della bassa marea e far loro conseguire l’agognata nuotata ogni volta che ne abbiano voglia, senza dover aspettare ore e ore? (Ci viene la fantasia di organizzarlo noi. “Swimming taxi”, lo chiameremmo. E’ bello fare progetti oziosi, in vacanza). Ci rivolgiamo a uno dei tanti giovani che sono lì ad abbordare i turisti con ogni sorta di mercanzia. La domanda lo lascia di stucco. Poco dopo ce lo vediamo tornare con un altro. “Il mio amico può portarvi con la sua barca a fare il bagno”. “Ah bene! E quanto vuole?” “20 dollari”. Venti dollari. Venti dollari per ogni nuotata che un povero bagnante dovrebbe potersi fare in pace in ogni giornata di mare di una settimana di vacanza di mare. Ma sei scemo? (dico, ma tra me e me). Ecco, la cosa che ci fa montare la rabbia è questo spirito vampiresco, questo vedere il turista come il ricco pollo da spennare al massimo – non a cui offrire servizi ragionevolmente remunerati. Ma – naturalmente – è fin troppo noto e ovvio che i primi, e ben più feroci, vampiri in queste terre siamo stati e continuiamo ad essere noi occidentali; loro, semplicemente, ci ripagano come possono. Il fatto è che questo, alla lunga, è un modo perdente anche per loro.

E a questo proposito, un’altra caratteristica del luogo è l’espansione vertiginosa dell’impresa turistica italiana, che qui – a nostro parere – sembra dare, se non proprio il peggio di sè, un’idea di turismo che speravamo sorpassata. I resort gestiti da italiani (sembrerebbe la maggioranza) saranno anche gradevoli, anche costruiti con un certo garbo e rispetto del paesaggio, ma perpetuano un modello veramente fantozziano-vanziniano di organizzazione della vacanza: un’Animazione continua e ridicola, un grottesco folklore, un proliferare di percorsi di souvenir, animati da locali abbigliati da guerrieri masai o qualcosa del genere, contrassegnati da titoli ammiccanti riferiti a un mondo dello spettacolo (italiano!) di quart’ordine. Il nostro resort, gestito da una amabile anziana coppia inglese, era un modello di sobrietà e di tranquillità che ha reso il nostro soggiorno veramente delizioso. Vicinissimo, c’è il villaggio; non quello dedicato ai turisti, che prevede una visita a pagamento, con i locali ridotti a figuranti, ma quello delle case dove vive la gente. Con frotte di bambini che girano scalzi, tra galline e capre, giocando con un copertone. Con gli adulti seduti davandi alle povere case, più che altro catapecchie, senza elettricità nè acqua corrente. Con i piccoli banchetti di venditori di frutta. Con un negozio di barbiere, dove il mio compagno si fa tagliare barba e capelli. Con la scuola, e un campetto di calcio. Ci andiamo ripetutamente, ed è quello che da solo vale il viaggio; eppure qui di turisti se ne vedono davvero pochi. Attenzione, naturalmente, a chiedere sempre il permesso di fotografare: la maggioranza, soprattutto le donne, si ritraggono indignate. Con poche eccezioni: ad esempio le donne di una piccola bottega di sartoria sulla strada. Bellissima foto.

Bene, ma oltre al mare? Cosa promette la cartolina? Oltre al mare – con possibilità di escursioni su atolli per fare snorkelling – c’è Stone Town, la capitale. Che è bellissima. Bellissimo il bianco dedalo di vicoli del centro storico, in architetture stratificate – arabe, indiane, moresche, coloniali, icasticamente rappresentate dalle diverse porte. Affascinanti il mercato coperto, i vecchi alberghi, i negozietti, tra cui una splendida libreria. La casa di Freddie Mercury, vicina al porto. I monumenti, tra i quali il grande palazzo dei sultani, la fortezza araba, il dispensario. E – luogo veramente memorabile – il mercato degli schiavi, ubicato sotto una chiesa anglicana, che mostra le segrete con le catene. Si raccomanda la visita guidata. Tutta la vergogna del mondo è passata di lì. A imperitura memoria, nel paradiso.

 

 

Mariletta Caiazza