La via dei Sassi

18 gennaio 2019

La via dei canti raccontata da Chatwin viene evocata in un volume che parla non delle vie dell’Australia ma di un modo per arrivare da Bari a Matera senza passare per la costa, e anzi voltando le spalle all’Adriatico. Lo propone Andrea Mattei, che è autore di un libro che parla proprio di questa strada come di un percorso antico, di un ambiente selvaggio, che “si innalza sopra le mete tradizionali e più scontate del turismo di massa”.

Il libro si chiama “La via dei Sassi” ed Ediciclo la fa trovare in libreria nell’anno di Matera capitale europea della cultura. Si parte dalla basilica di San Nicola, nel capoluogo pugliese, per arrivare nella città dei Sassi in sette giorni a piedi.

Si attraversa la “Puglia più vera” che poi diventa Basilicata, si attraversano la storia, la natura, le leggende popolari. Si passa in mezzo agli uliveti e si rivivono miti antichi per arrivare a Matera, “città a due dimensioni, culla di storia e laboratorio di nuove idee”.

La via dei Sassi, da Bari a Matera Lungo il cammino materano, Andrea Mattei, Ediciclo, 2018

Nel segno di Caravaggio

17 gennaio 2019

Chi abbia un po’ di frequentazione con le discipline artistiche e con la pittura del Seicento ha sicuramente in mente il concetto di incredulità in San Tommaso tradotta in dipinto: nel quadro omonimo Caravaggio infatti il Tommaso raffigurato tocca con l’indice le costole di Cristo. L’immagine è perfetta e molto affine al pittore, assassino e artista, appassionato ed espressivo con la luce dei suoi quadri. Per chi non l’avesse mai vista, è questa

San Tommaso, Caravaggio

Caravaggio, Incredulità di San Tommaso

Un volume appena uscito per l’editore Skira parla di questa immagine e di molte altre “ossessioni” del pittore. E lo fa per una volta in una prospettiva non cronologica ma considerando l’opera di Caravaggio nel suo insieme, nei due decenni tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 in cui operò. Perché Caravaggio morì meno che quarantenne nel 1610.

Nella sua vita aveva usato con disinvoltura il coltello, prima contro un rivale in amore e poi – mortalmente – nei confronti di un tale con cui aveva litigato, forse per banali motivi di gioco, forse per denaro, forse per questioni politiche. Nella sua pittura lame e pugnali non mancano, come non mancano le teste mozzate.

A scrivere “Nel segno di Caravaggio”, questo il titolo del volume, è lo storico dell’arte Stefano Zuffi.

 

Missione grande bellezza

3 gennaio 2019

L’Italia ha una lunga storia di opere d’arte saccheggiate da eserciti. La parte del leone l’hanno fatta i francesi con Napoleone ed i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Un libro uscito lo scorso anno racconta la storia degli uomini che si sono dedicati al recupero di queste opere, da Antonio Canova spedito a Parigi dal Papa nel 1815 a Rodolfo Siviero, definito nel libro “lo 007 dell’arte”, che si occupò delle opere razziate in Italia tra il 1940 e il 1945.

Sul secondo dopoguerra di rilievo ci sono anche altre figure, da un gruppo di eroine vere e proprie “monuments women” italice allo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, che era stato capo partigiano con il nome di Pietro Ferraro, decorato sia dagli italiani sia dagli americani. Le opere rubate all’italia in fondo dipendono anche dal fatto che Hitler sia stato un pittore mancato, folgorato dalle bellezze artistiche italiane nei suoi viaggi degli anni 30.

Nel libro si impara anche che esiste un reparto dei carabinieri dedicato specificamente al recupero e alla tutela del patrimonio culturale italiano, l’unico organo di polizia del mondo specializzato nel recupero delle opere d’arte.

Missione grande bellezza, Alessandro Marzo Magno, Garzanti, 2017

Miranda Guterres

L’identità e la sinistra

22 dicembre 2018

Mark Lilla insegna storia alla Columbia University e vive a New York. E’ un americano, un newyorkese, e si potrebbe essere diffidenti, in Europa, nei confronti di un newyorkese che ci spiega cosa sia di sinistra. Da bravo newyorkese ha anche un sito personale, per niente comune nei professori di storia europei.

L’Europa ha una certa tradizione e una certa storia che di certo non è condivisa negli Usa, se non altro perché la storia delle idee nel nostro continente ha avuto uno sviluppo molto più radicato. Eppure il libro di cui parliamo oggi sembra proporre tesi molto più avanzate. O meglio: sembra proporre idee che non sono molto comuni nella sinistra europea di oggi.

Diritti delle donne, delle minoranze, degli omosessuali, diritto all’identità di genere sono oggi i temi centrali delle politiche che si dicono di sinistra. Lilla invita la sinistra – o meglio, invita i liberal del suo Paese e la sinistra nel mondo – a dismettere la politica centrata sull’identità perché questa rischia di essere l’altra faccia dell’individualismo identitario su cui si fonda la destra. E questo vuol dire in pratica populismo – come diremmo noi oggi – o antipolitica, come si dice nella storia delle idee. I liberal insomma dovrebbero riprendere in mano le idee collettive, quelle che escono dalla rivendicazione dell’io e dei suoi diritti per rivolgersi a gruppi.

Le politiche fondate sull’identità infatti non sono in grado – afferma Lilla – di offrirsi come alternative delle politiche del passato. Il marxismo era un sistema di idee complessivo, una idea di mondo. Le politiche fondate sull’identità non bastano, afferma l’autore. Non sappiamo se abbia ragione e non sappiamo se la sua ricetta servirà e sarà raccolta dalla sinistra ma il suo saggio è certamente interessante e sta facendo discutere parecchio.

L’identità non è di sinistra, Mark Lilla, Marsilio, 2018

 

La cosa più vicina alla vita

29 novembre 2018

James Wood è un critico letterario britannico, giornalista, autore per importanti riviste anglosassoni. Vive negli Stati Uniti. Il libro pubblicato da Mondadori si chiama “La cosa più vicina alla vita”. Parla della letteratura, della narrativa, dei libri.

Partendo dalla morte del giovane fratello di un amico, dall’idea di Dio, dalla vicinanza singolare tra la fede e la letteratura. Il libro è una specie  di biografia in cui imparerete perché Wood è finito negli Stati Uniti e quanto gli manchi la sua Gran Bretagna dell’infanzia. E’ anche un romanzo, perché si legge come un romanzo.

Ma soprattutto curioserete tra le sue letture, le sue citazioni, dove ci sono autori di tutto il pianeta, anche alcuni italiani. I libri che parlano di letteratura sono anche il modo per riorientare la propria esperienza, rileggere quello che si è letto superficialmente, leggere per la prima volta quello che non si è mai letto, riconsiderare con gli occhi di un altro lettore i libri fondamentali della propria vita.

La cosa più vicina alla vita, Mondadori, James Wood

Gaetano Vannuzzi

 

Con la cultura si mangia

6 novembre 2018

Paola Dubini insegna management delle industrie e delle istituzioni culturali alla Università Bocconi di Milano. Conosce dunque a fondo quel settore dell’economia che si occupa di cultura e di come la cultura sia utile non solo a chi ne fruisce ma anche a chi la fa.

“Con la cultura non si mangia” è uno dei luoghi comuni più diffusi e per l’editore Laterza è appena uscito un saggio che riprende proprio quel luogo comune.

“Con la cultura non si mangia: falso” è infatti il titolo di un saggio che spiega – con le cifre e gli argomenti di una studiosa che conosce a fondo la materia – perché libri e musei, teatro e cinema, arte di tutti i tipi e patrimonio culturale di un Paese – sia importante.

A maggior ragione in un paese come l’Italia, che di tutto questo è ricchissima. Dovrebbe approfittarne per arricchirsi economicamente e dunque anche civilmente.

Con la cultura non si mangia. Falso, di Paola Dubini. Laterza, 2018

Miranda Guterres

 

A 40 anni dai manicomi

1 novembre 2018

Quaranta anni fa fu approvata la legge 180 del 1978. Si tratta della legge che portò – anche ce ci volle qualche tempo – alla chiusura dei manicomi. Cruciale per ottenere quel passo avanti nella civiltà del Paese fu l’azione di uno psichiatra, Franco Basaglia. Non a caso quella legge si chiama anche “Basaglia”.

Oreste Pivetta, un giornalista, ha scritto un libro che ricostruisce bene la vita e la vicenda personale e politica di Basaglia, compresa la fase in cui andò a dirigere due manicomi, a Gorizia ed a Trieste, scoprendo come erano quelle istituzioni, come erano le persone che vi venivano rinchiuse e segregate, quali mezzi venivano usati, quali “cure” erano messe in atto. Il libro è importante perché va oltre la figura “buona” e “umana” di Basaglia, rendendo chiara la sua esperienza e la sua battaglia, che fu soprattutto politica.

Basaglia non era solo un bravo medico ma un intellettuale che si misurava con i limiti della disciplina scientifica che aveva studiato. Anche per questo vale la pena di leggerlo.

Franco Basaglia, Il dottore dei matti, Baldini & Castoldi

La vecchiaia non faccia paura

19 settembre 2018

Enzo Bianchi è un uomo di fede, fondatore della comunità di Bose, una delle realtà più importanti della religiosità, aperta davvero a tutte le fedi e a tutte le persone. Bianchi è anche un uomo di pensiero, che continua a scrivere libri ed a riflettere sul mondo.

L’ultima sua fatica, pubblicata dal Mulino, si chiama La vita e i giorni ed è un saggio “sulla vecchiaia”, come dice il sottotitolo. Bianchi parte dal ruolo degli anziani nella società di oggi e dalla tendenza sempre più forte – con l’aumentare dell’età media – di tenere i bambini lontani dai vecchi, specie quando non sono più autosufficienti.

Della “rimozione dei vecchi e della loro condizione dal tessuto quotidiano” si occupa Bianchi. Lo fa non scrivendo parole semplici ma citando testi importanti, a partire dalla Bibbia. Allo stesso tempo però Bianchi offre il suo sguardo sul tema, prima il suo sguardo di ragazzo e poi il suo sguardo di oggi, da settantacinquenne. Non mancano poeti come Whitman o classici come Seneca.

Come ha scritto Massimo Recalcati, recensendo il libro, la riflessione di Bose è originale perché va oltre il classico del cristianesimo: la vecchiaia è una bella età perché ci conduce oltre, all’altra vita. No: si tratta di continuare, in vecchiaia, ad accogliere la vita ed a viverla.

La vita e i giorni, Enzo Bianchi, Il Mulino

Gaetano Vannuzzi

Un romanzo indicibile

28 agosto 2018

Una piccola casa editrice che pubblica saggi e romanzi ha in catalogo un prezioso libro che è un romanzo e anche un saggio. Si tratta di “Al centro di una città antichissima”, ovvero della “storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise”. Il partigiano si chiamava Renato, ad ucciderlo fu la moglie Maria Luisa.

L’autrice è la nipote di questa coppia, si chiama Rosa Mordenti ed ha scritto questo romanzo con Alessandro Portelli, tra i fondatori della idea stessa di storia orale nonché insegnante di letteratura angloamericana alla Sapienza di Roma. Renato, oltre che partigiano, era stato giornalista de L’Unità.

Rosa non lo ha mai conosciuto, essendo morto prima della sua nascita. Il ibro è la ricerca delle tracce di questa vincenda “indicibile” attraverso gli archivi, le carte del processo che ci fu, le memorie degli altri. Ma è anche sulla memoria che si muove questo romanzo-saggio perché – come scrive Portelli nella prefazione – è una storia “su come la memoria si rimuove e si confonde senza mai poterla cancellare del tutto, e su come il desiderio di conoscere e di conoscersi la resuscita e la ricompone (“rimembrare”) col cuore (“ricordare”) e con l’intelligenza (“rammentare”)”.

Al centro di una città antichissima, Alegre, Rosa Mordenti

Marcinelle, 8 agosto

9 agosto 2018

L’8 agosto del 1956, era mattina, in una miniera di carbone belga, si sviluppò un incendio a causa della combustione di olio ad alta pressione, dovuta ad una scintilla. L’incendio riempì di fumo tutta la miniera e uccise quasi tutti i minatori che lì si trovavano: 262 persone su 275. 136 d quelle persone erano italiane, emigranti. Non fu la prima catastrofe che colpì italiani all’estero e non fu l’ultima. Di certo però è quella che riporta sempre alla memoria la vicenda dei migranti italiani in Europa e nel mondo, che a centinaia di migliaia uscirono dall’Italia nell’arco del secolo scorso per andare a cercare altrove una vita migliore. Per ricostruire quel clima, in cui tutta l’Italia, in tutti i paesini, del nord e del sud, si organizzava per partire è utile un libro, in cui potrete scoprire tante curiose assonanze con le notizie di oggi. Per esempio c’erano veri e propri centri per emigrare, c’erano “trafficanti di migranti” che aiutavano i nostri giovani uomini a partire, c’erano polemiche sui regolari e gli irregolari (clandestini, si direbbe oggi). Molti di coloro che andarono  a lavorare nelle miniere furono rimpatriati, perché si rifiutavano di adattarsi alle condizioni di lavoro estreme. Molti erano trattati da delinquenti e alcuni sicuramente lo erano.

L’editore Donzelli ha pubblicato il libro Marcinelle 1956, scritto da Toni Ricciardi. Si ricorda che l’Italia firmò accordi con il Belgio – fin dalla fine della guerra e con il voto favorevole di socialisti e comunisti – in cui si prevedeva carbone in cambio di operai, in cui il Belgio faceva entrare i nostri lavoratori e in cambio forniva carbone all’Italia della ricostruzione. E in cui si ricorda che quella tragedia non portò a nessuna reazione di rabbia, neppure un vetro rotto. Solo pianti e lutti, ancora oggi.

Marcinelle 1956, quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli, Toni Ricciardi

Gaetano Vannuzzi