Nostalgia di un altro mondo

2 maggio 2018

Ottessa Moshfegh è una scrittrice americana, nata a Boston da padre iraniano e madre croata. E’ giovane – 35 anni – e già molto apprezzata, tanto che i suoi racconti sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista New Yorker. In Italia è anche uscito un suo romanzo, edito da Mondadori, titolo Eileen.

Qui parliamo di una sua raccolta di racconti pubblicata da Feltrinelli con il titolo “Nostalgia di un altro mondo”. I racconti sono quattordici e ogni personaggio che li attraversa non è un personaggio negativo anche se è attanagliato da problemi, insicurezze, dipendenze e circondati di desolazione, piscine sporche, letti  sfatti, noia mortale, immondizia. I racconti sono ambientati in California, soprattutto, e i protagonisti non hanno meno problemi se sono ricchi invece che poveri o se sono giovani invece che anziani.

Tutti però cercano una vita migliore, una qualche via d’uscita da un problkema o da un evento che hanno vissuto. La via d’uscita spesso non c’è o si rivela diversa da quella che i protagonisti si erano immaginati. L’editore ha definito questo stile un “nichilismo compassionevole”, dove umorismo, tristezza e vita si intrecciano. Ma i racconti, specialmente quelli americani, sono belli per questo.

Ottessa Moshfegh, Nostalgia di un altro mondo, Feltrinelli

Sebastiano Pozzi

Il tempo migliore della nostra vita

25 aprile 2018

Per celebrare il 25 aprile oggi vi consigliamo di leggere un libro che non è un saggio e non è un romanzo, anche se racconta storie di persone che possono – al giorno d’oggi – sembrare “da romanzo” e anche se racconta di fatti che starebbero benissimo in un saggio. L’autore del libro è Antonio Scurati e il titolo è “Il tempo migliore della nostra vita.

Si parla del fascismo, di chi aderì al fascismo e di chi non lo fece, della Resistenza, dell’Europa degli anni 30 e 40. E soprattutto alcune figure: Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Giulio Einaudi e gli intellettuali che lavorarono con lui. Intellettuali profondamente impegnati nella società e nella storia. Sono persone illustri raccontate come in un mosaico, le cui vite si intrecciano con quelle della famiglia dell’autore, con i nonni in particolare, persone comuni vissute sotto la stessa dittatura e la stessa Resistenza.

Ma il personaggio centrale è Leone Ginzburg, un ebreo nato ad Odessa, di famiglia benestante, che passava le vacanze a Viareggio, vissuto gran parte della sua vita in Italia, animatore della resistenza al fascismo, morto tragicamente in galera, dopo le torture subite dai nazisti, a Regina Coeli nel 1944. Era il marito di Natalia. Se volete, è sepolto al cimitero romano del Verano.

Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita, Bompiani, 2015

Gaetano Vannuzzi

 

Selva Oscura

17 aprile 2018

Siamo certi che non vi facciate impressionare facilmente da quelle fascette di copertina che accompagnano i libri in vendita. Ma se Philip Roth lo definisce “un romanzo straordinario” forse varrà la pena di leggerlo, fascetta o no.

Il libro si chiama Selva Oscura ed è firmato da Nicole Krauss, scrittrice americana protagonista qualche settimana fa di un bel dialogo con lo scrittore Nathan Englander, pubblicato da La Repubblica (lo trovate qui se volete leggerlo).

Selva Oscura parla di un uomo scomparso nel nulla, delle sue radici ebraiche, di Israele e di Usa, di letteratura europea. Soprattutto però – e forse da qui viene l’ammirazione di Roth – la Kraus sa mescolare profodità di pensiero, citazioni bibliche, letteratura mitteleuropea e ironia sferzante. L’uomo scomparso nel nulla riappare in Israele e incrocia i suoi destini con quelli di una donna di nome Nicole, personaggio abbastanza autobiografico. La donna è reduce da una crisi matrimoniale – la Krauss è l’ex moglie di Jonathan Safran Foer – e lavora ad un progetto editoriale.

Il progetto è su Kafka, che avrebbe avuto una seconda vita in Israele, reinventandosi giardinere. Il libro secondo la critica Usa è il più bello dell’autrice. Di un giardiniere la Krauss aveva parlato parecchio tempo fa, come testimonia questa Goccia.

Sebastiano Pozzi

Kadare, uno scrittore albanese

7 aprile 2018

Ismail Kadare è uno scrittore albanese che vive tra Parigi e Durazzo. E’ nato ad Argirocastro, la città in cui nacque il dittatore albanese Enver Hoxha, e torna nel suo Paese d’origine a passare le vacanze d’estate da quando quel regime è caduto. Ma non era un dissidente.

Anzi, come ha scritto di recente Claudio Magris, è un autore che ha conosciuto anche le lusinghe del regime, oltre ai suoi incubi. Per esempio è stato membro del Parlamento albanese dal 1970 al 1982, “minacciato di morte e anche celebrato dal regime, fiero, nel suo nazionalismo, di avere un grande scrittore coronato dal successo mondiale. Esperienze che chi non ha vissuto in un simile regime non può nemmeno veramente immaginare e tanto meno giudicare. Kadare ha abbandonato l’Albania nel 1990, quando la dittatura stava morendo o era pressoché morta e quando, si dice, la delusione per la democrazia nata dalle ceneri di quel totalitarismo sembra essere stata per lui non tanto meno forte dell’orrore ora coraggiosamente mostrato, ora necessariamente sfumato”, scriveva Magris

Di recente la casa editrice La nave di Teseo ha acquistato i diritti della sua opera di narrativa (egli nasce come poeta) e dunque tutti i suoi romanzi sono disponibili. Tra gli altri La bambola, un romanzo ambientato proprio nella sua città natale e dedicato alla madre. Il libro infatti prende avvio con un viaggio che l’autore e la moglie fanno da Parigi ad Agirocastro perché la madre è in fin di vita. Da lì inizia il romanzo che – oltre ad essere un atto d’amore per la madre è anche un racconto della storia del suo Paese, dagli anni 30 in poi.
Appena uscito poi un racconto: La provocazione. Una riflessione sulla guerra a partire da due postazioni nemiche che si fronteggiano su una linea di confine in un inverno gelido e nevoso. Un racconto incalzante sui dilemmi eterni di ogni guerra.

Sebastiano Pozzi

Siamo tutti autistici?

4 aprile 2018

Il 2 aprile in tutto il mondo si celebrava il giorno dedicato all’autismo, o meglio al superamento dell’autismo. Le persone autistiche sono da decenni un problema e un mistero. Un problema per la società che fatica ad occuparsi degli ultimi, di tutti gli ultimi, di quelli che il Papa chiama “scartati”. E un mistero per la scienza, che poco riesce a fare.

Una persona che convive con l’autismo e che da anni cerca di parlarne non come un problema ma come un fatto e una opportunità è il giornalista Gianluca Nicoletti, che ha un figlio autistico che ha ormai venti anni e che è stato protagonista di altri libri. Quello uscito in questi giorni parla più di Gianluca che del figlio, Tommaso. In “Io figlio di mio figlio” (Mondadori) è Gianluca a fare outing: dopo visite da psichiatri e una profonda autoanalisi confessa di essere anche lui autistico. E in particolare affetto dalla sindrome di Asperger.

I malati di questa sindrome hanno ansia, panico facile, spesso un quoziente intellettivo alto, disturbi ossessivo compulsivi, difficoltà enormi nei rapporti con gli altri.

Fu un neuropsichiatra a diagnosticare per primo a Nicoletti: “Possibile che non l’hai ancora capito? Anche tu sei autistico’”. Dunque “oggi mi sembra tutto diverso e vedo nella presenza costante di Tommy un modo per ricordarmi il mio vero punto di vista, mentre fino a ieri mi sforzavo di conoscere il suo. Ed eccomi qui, arrivato a scoprirmi figlio di mio figlio” scrive nel romanzo, che sembra voler ‘parlare’ in particolare a tutti i genitori di ragazzi autistici”, scrive Nicoletti. Naturalmente l’autore sa per primo che non si deve banalizzare, che non siamo tutti autistici e che l’autismo è una cosa seria. Ma leggere e parlarne aiuta tutti. 

Io, figlio di mio figlio, Gianluca Nicoletti, Mondadori

Gaetano Vannuzzi

 

Con molta cura

27 marzo 2018

Hanno ancora pochi giorni di tempo gli “amici della domenica” del Premio Strega per proporre i libri che secondo loro dovranno poi entrare a far parte della cinquina finalista del premio. Gli amici della domenica sono scrittori, giornalisti,intellettuali che negli anni si sono radunati attorno a questo premio. Sono centinaia, e a centinaia poi votano e scelgono prima la cinquina e poi il vincitore.

Lo scrittore ed ex magistrato Giancarlo De Cataldo, uno degli amici della domenica, ha fatto la sua proposta. Si tratta di “Con molta cura”. Secondo De Cataldo il libro merita perché è “una sorta di testamento spirituale di un uomo che è vissuto per i libri, dentro i libri, amando e costruendo libri per tutta la vita, e che si accosta con mistico stupore al mistero supremo della morte cercando, proprio da quei libri ai quali ha dedicato l’intera esistenza, le ragioni di una serena accettazione e la forse impossibile spinta a trasformare l’assenza che si annuncia in una presenza svincolata dai limiti del corpo e del tempo. Un viaggio dentro l’anima e verso l’ignoto attraversato da pagine di scrittura limpida, di una luminosità che appare a volte accecante per quanto ci comunica di puro e di grande”. 

Il libro è di Severino Cesari, che faceva di mestiere l’editore, era il direttore della collana Stile Libero di Einaudi, ed è morto lo scorso anno. Negli ultimi due anni aveva affidato a Facebook pensieri e riflessioni sulla lenta decorrenza della sua malattia: un trapianto di rene, poi un tumore, poi una ischemia, poi altre complicazioni. Il libro dunque ha la forma di un diario, di riflessioni che un intellettuale stimato aveva deciso di affidare ad uno strumento apparentemente estraneo al suo contesto, e tuttavia non così estraneo per un uomo curioso come doveva essere.

In realtà Cesari – come ha scrittto qualcuno – ha trovato un modo per comunicare meno faticoso di quello tradizionale, nei mesi in cui anche solo comunicare per lui doveva essere faticoso. Il ruolo dei farmaci e dei loro effetti collaterali, della ricerca di un po’ di pace e di benessere, accostato alla cronaca, ai cenni sui fatti del giorno, alla sua letteratura… tutto questo è dentro questo volume. Un volume lontano dalla retorica del “ce la farò, ci vuole volontà” così diffusa quando si parla di malattia, come se bastasse voler guarire per guarire.

Anzi, il suo diario forse trasmette l’idea di accettare quello che c’è, senza eroismi inutili.

Severino Cesari, Con molta cura, Rizzoli

Gaetano Vannuzzi

 

Il passato, di Alan Pauls

20 marzo 2018

Quando si è colti da una malattia che tocca direttamente il cervello e con esso la memoria e le connessioni tra le cose, che interviene direttamente nel nostro passato e nalla nostra vita, lo sforzo principale che si fa e che spesso è destinato a non compiersi mai è quello di ricomporre i pezzi. Il libro dello scrittore argentino Alan Pauls sperimenta proprio questa tecnica – come in un collage, hanno scritto quelli che lo hanno letto – per descrivere le vite di Rimini e Sofia. Lui e lei sono stati innamorati fin da piccoli ma la loro storia d’amore è finita. Lui allora tenta di dedicarsi nello stesso modo assoluto in cui aveva vissuto l’amore ad altro, al lavoro o alle trasgressioni, sperando di rinascere. Ma mentre spera di rinascere perderà tutto, perché colto da un “Alzheimer linguistico precoce”. Tutto ma non Sofia, non il suo passato.

La casa editrice Sur, che ha pubblicato questo libro, lo definisce “un moderno trattato di educazione sentimentale” ed è insieme un romanzo coinvolgente e colto, per esempio nelle pagine dedicate alla scrittura e alla traduzione, il mestere di Rimini. Il libro è lungo e in diversi momenti prolisso: se non amate la letteratura sudamericana, quella argentina in particolare, potrebbe non piacervi lo stile di scrittura, racconta un amore assoluto e per questo soffocante, intollerabile in molti momenti.

Ma è anche pieno di ironia, di riferimenti letterari e cinematografici. A partire dal nome del protagonista che, come ha detto l’autore, rimanda a Fellini ma anche alla parola rimembrare.


Alan Pauls, Il Passato, Sur editore

Gaetano Vannuzzi

Come ho scritto un libro per caso

13 marzo 2018

Un libro per ragazzi, storia di una adolescente che ha perso la mamma da piccola, ha un fratello più piccolo, vive con il padre e vorrebbe fare la scrittrice.

Grazie ad una provvidenziale vicina di casa, anticonformista ed amichevole, comincia a studiare come si scrive, come si raccontano le storie, come si comunicano le emozioni. La ragazzina insomma fruisce di un corso di scrittura creativa che le permetterà di crescere e di comunicare anche quello che fino ad allora non era riuscita a fare.

Il libro si chiama “Come ho scritto un libro per caso” ed è opera di una scrittrice olandese, Annet Huizing. Nel 2015 ha ricevuto il premio Zilveren Griffel, il più importante premio letterario olandese. E’ edito da La Nuova Frontiera Junior. 

Miranda Guterres

Keyla la rossa

20 febbraio 2018

E’ un libro che I.B. Singer “tenne nascosto”, come ha scritto qualche mese fa Elena Lowental su La Stampa. Un libro di cui forse si vergognava, che probabilmente non avrebbe pubblicato, e che tuttavia arriva in libreria. Lo scandalo sarebbe nel fatto che si mostrano le comunità ebraiche per come sono tutte le comunità umane, animate da buoni e da cattivi, dal bene e dal male, e dove dunque c’era anche la tratta di giovani donne dai loro villaggi nell’Europa profonda alle stanze in cui prostituirsi in altri Paesi.

Il titolo è Keyla la rossa e si parla degli ebrei prima dell’America, di forti passioni e di sensualità travolgente, di passioni politiche altrettanto forti, della via Krochmalna di Varsavia, quella che Singer chiamava “la mia miniera d’oro” perché lì visse i suoi primi 15 anni di vita e lì osservò la vita ebraica, il padre rabbino e la madre devota ma razionalista severa, insieme ad artisti, sionisti, socialisti, macellai, ladri, assassini e naturalmente donne come Keyla la Rossa.

Keyla la rossa, Adelphi, 2017

Miranda Guterres

 

Un viaggio in Italia

6 febbraio 2018

Tra il 1953 e il 1956 lo scrittore e giornalista Guido Piovene girò l’Italia per conto della Rai. Doveva realizzare una trasmissione sul nostro Paese, una di quelle che la televisione pubblica concepì nei primi anni della sua vita, trasmissioni che avevano anche il senso di una unificazione nazionale, per far conoscere gli italiani agli italiani. Il ciclo di trasmissioni poi diventò un libro che Indro Montanelli giudicò talmente bello da suggerire di adottarlo come testo obbligatorio nelle scuole italiane. 

L’autore definì il suo libro un “inventario di cose italiane” e meritoriamente Bompiani lo ha ripubblicato. E’ utilissimo non solo per guardare come è cambiata l’Italia in sessanta anni e più ma anche per vedere come è rimasta uguale, nel carattere, nella confusione, nei timori.

E di come alcune profezie nefaste si siano avverate: per esempio nella descrizione del vero e proprio assalto al territorio da parte dei palazzi e dei palazzinari, specialmente in città del sud, prima ancora che uscisse il film di Francesco Rosi Le mani sulla città. Ma anche di descrizioni talmente precise che ancora oggi gli enti del turismo delle città e delle regioni italiane attingono a Piovene per descrivere le loro bellezze. Un libro da rileggere.

Guido Piovene, Viaggio in Italia, Bompiani

Miranda Guterres