Il compleanno dimenticato di Sciascia

Riproduciamo oggi un articolo uscito su L’Unità e ripreso dal blog Minima et Moralia. Si parla di Sciascia, e del suo “compleanno” dimenticato dai professionisti delle ricorrenze, l’8 gennaio. E’ firmato da Giuseppe Rizzo

 

Deve essere così: che l’intelligenza fa difetto ai professionisti delle ricorrenze. In Italia si ricorda (e si rimpiange) di tutto, e con la stessa amorevole tigna ci si dimentica di tutto. Oggi, per dire, è l’anniversario della nascita di Leonardo Sciascia e niente, non c’è il becco di una riga in tutti i quotidiani nazionali.

Eppure ce ne sarebbe il tanto per rileggere alcune delle cose dello scrittore di Racalmuto. Con i suoi abbagli, le contraddizioni, la lucidità, con quel giro di frasi commoventi per la bellezza e la precisione della punteggiatura, Sciascia è invecchiato molto meglio di altri.

Perciò, nel giorno in cui avrebbe compiuto 92 anni abbiam deciso di strappare cinque pagine dalle migliaia scritte in vita e incollarle qui – a futura memoria, come si dice. Cinque pagine tra le più belle – tra i romanzi, le favole, le prime e le ultime cose, le più lette e le più dimenticate. Cinque pagine e un video, perché un’altra cosa straordinaria di Sciascia era la voce, che vale davvero la pena di ascoltare.

FAVOLE DELLA DITTATURA
Sono di fatto l’esordio di Sciascia. Pubblicate nel 1950, le recensì anche Pier Paolo Pasolini: “Dieci anni fa queste favolette sarebbero servite unicamente a mandare al confino il loro autore. Quanti italiani sarebbero stati in grado di capirle? Adesso, con un fondo di amarezza tutta scontata, Sciascia condanna, nel ricordo, quei tempi di abiezione, e proprio con un gusto della forma chiusa, fissa, quasi ermetica, insomma: che a quei tempi era proprio uno dei rari modi di passiva resistenza”.

Dopo che per lungo tempo furono introvabili, oggi le ha rieditate Adelphi, pubblicandole assieme alle prime e uniche poesie di Sciascia (“La sicilia, il suo cuore”). Questa, brevissima, s’intitola “Lasino”:

“L’asino aveva una sensibilissima anima, trovava persino dei versi. Ma quando il padrone morì, confidava: “Gli volevo bene: ogni sua bastonata mi creava una rima”.

IL GIORNO DELLA CIVETTA
E’ indubbiamente il romanzo più conosciuto dello scrittore – e il primo di una serie che furono portati sul grande schermo. Eppure di questo lungo racconto sulla mafia, pubblicato nel 1961 (in Parlamento, in quegli anni, molti onorevoli ne negavano l’esistenza) Sciascia arrivò persino a vergognarsi: “E’ un libro che non amo. Ha avuto troppo successo e per ragioni anche esterne. E’ irritante accorgermi qualche volta che lo si legge come un ragguaglio folcloristico”. In particolare, a Sciascia diede fastidio l’ambiguità con cui molti facevano scrosciare gli applausi (a teatro, al cinema) durante il monologo del boss don Mariano Arena di fronte al capitano Bellodi sulle “categorie degli uomini”. Il monologo è questo:

“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parole piena di ven-to, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con ri-spetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere che la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

NERO SU NERO
Le pagine di “Nero su Nero”, pubblicate nel 1979, sono tra le più feroci, per crudeltà e precisione d’analisi, di Sciascia. La radiografia dell’Italia è impietosa – l’Italia degli “eterni fascismi”, quella nerissima del decennio 1969-1979. Ma ci sono anche felici intuizioni, e divertenti, come per esempio quella sul cretino di sinistra:

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra; ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania”.

UNA STORIA SEMPLICE
L’ultimo romanzo di Sciascia. Una storia asciutta, in cui il gioco a togliere che caratterizzò tutta la sua opera, tocca qui il suo picco massimo. Una storia sul traffico di droga, in cui però la parola droga non viene mai scritta. L’incipit è la quintessenza del romanzo giallo:

“La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della ru-tilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al fale-gname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accende-vano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e or-mai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e nottur-na degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava. Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roc-cella. Aveva una voce educata, calma, suadente. ‘Come tutti i folli’ pensò il tele-fonista. Chiedeva infatti, il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata”.


L’AFFAIRE MORO
Uno dei pamphlet più discussi di Sciascia. Per le parole sul segretario Dc rapito e ucciso dalle Br lo scrittore fu duramente attaccato. Ma quelle pagine, ancora oggi, restano tra le più lucide su quei giorni infelici e feroci. Quello che segue è l’incipit del libro, un piccolo dialogo a distanza con Pasolini – e dolce, pieno d’affetto per il poeta ammazzato.

“Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni (…) Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse (…) Era proprio una lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso ora pieno di voci e giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini. Pasolini ormai fuori dal tempo, ma non ancora, in questo terribile paese che l’Italia è diventato, mutato in se stesso (“Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change”). Fraterno e lontano, Pasolini per me. Di una fraternità senza confidenza, schermata di pudori e, credo, di reciproche insofferenze. Per mia parte sentivo come un muro che ci separasse una parola a lui cara, una parola-chiave della sua vita: la parola “adorabile”. Può darsi che questa parola io l’abbia qualche volta scritta, e sicuramente più volte l’ho pensata: ma per una sola donna e un solo scrittore. E lo scrittore – forse è inutile dirlo – è Stendhal. Pasolini trova invece “adorabile” quel che per me dell’Italia era già straziante (ma anche per lui, ricordando un “adorabili perché strazianti” delle Lettere luterane: e come si può adorare ciò che strazia?) e sarebbe diventato terribile. Trovava “adorabili” quelli che inevitabilmente sarebbero stati strumenti della sua morte. E attraverso i suoi scritti si può compilare un piccolo dizionario delle cose per lui “adorabili” e per me soltanto strazianti e oggi terribili. Le lucciole, dunque. Ed ecco che – pietà e speranza – qui scrivo per Pasolini come riprendendo dopo più che vent’anni una corrispondenza: “Le lucciole che credevi scomparse, cominciano a tornare. Ed è stato così anche con i grilli: per quattro o cinque anni non li ho sentiti, ora le notti sono sterminatamente gremite del loro frinire”.

La vita secondo Woody

Nel 1976 il disegnatore Stuart Hample chiese a Woody Allen, il permesso di trasformarlo nel protagonista della sua prossima striscia di fumetti. Allen era già notissimo: da almeno dieci anni era un divo del cinema, avendo già collezionato veri e propri classici come “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”, “Provaci ancora Sam”, “Amore e Guerra”, “Prendi i soldi e scappa”. Allen accettò, e anzi cominciò a collaborare con Hample su ogni vignetta, a chiedere incontri settimanali, a mettere a disposizione il suo vastissimo repertorio di gag.

 

 

E’ nato così “La vita secondo Woody Allen”, che proseguirà con successo, sui quotidiani di tutti gli Stati Uniti, fino al 1984. Il volume, uscito tre anni fa in Gran Bretagna e negli Usa, è uscito per le edizioni Isbn in Italia nel 2010, ed è ripubblicato pochi giorni fa, pronto per i regali di Natale. 

300 strisce corredate da bozzetti, interviste, dietro le quinte, fotografi, che completano la figura di uno fra i più grandi umoristi del Ventesimo secolo. Dice la scheda del libro “anche del Ventunesimo”, ma a noi basta anche solo il primo.

Salvatore Tranchino

 

Un tocco di classico: Gogol’

 

Un po’ un Fantozzi ante-litteram, questo oscuro impiegato di un non meglio precisato Dipartimento di Pietroburgo; non fosse che dalla maldestra macchietta villaggesca, disastrosamente pasticciona, lo differenzia nettamente una grande precisione e il più appassionato zelo nel compimento del suo lavoro di scribacchino. Destinato, tuttavia, a essere un nessuno fin dalla nascita: neanche la madre si prende la briga di pensargli per tempo un nome, e verrà così battezzato frettolosamente col nome del padre. Destinato, Akakij Akakievič, a diventare bersaglio abituale di motteggi e piccole continue molestie da parte dei suoi colleghi, che lui ignora continuando a lavorare a testa bassa.

La tragedia si annuncia quando, nell’incombere del gelo feroce dell’inverno pietroburghese, il suo cappotto, mille volte rivoltato e riadattato, arriva al capolinea, totalmente consunto: non vi sono più aggiustamenti possibili, è il verdetto inappellabile del sarto. Dovrà farsene fare uno nuovo. Seguono mesi e mesi di crudele risparmio, su un’esistenza condotta con uno stipendio da fame e già ridotta all’osso: “decise che bisognava diminuire le spese solite, almeno per un anno: eliminare l’uso del tè la sera, non accendere, di sera, la candela, e, se fosse stato necessario fare qualcosa, andare nella stanza della padrona e lavorare alla luce della sua candelina; camminando per le vie, mettere i piedi su pietre e lastroni nel modo più cauto e leggero possibile, quasi in punta di piedi, in modo da non sciupare troppo presto le suole; dare il più raramente possibile la biancheria da lavare alla lavandaia, e perché non si consumasse troppo, ogni volta, tornato a casa, togliersela e rimanere nella sola vestaglia di mezzo cotone, molto vecchia e risparmiata persino dal tempo”… Dopo mesi di inauditi sacrifici, il miraggio del cappotto nuovo diventa realtà. Ma durerà lo spazio di un mattino: in ufficio i colleghi, per festeggiare la strepitosa novità, lo coinvolgono in una serata organizzata a casa di un superiore. Rincasando tardi, cosa del tutto inusuale per le sue abitudini, Akakij sarà aggredito da malviventi che gli strapperanno via il prezioso e tanto sudato bene. Come impazzito, cercherà di avere giustizia rivolgendosi a tutori dell’ordine o altre figure indicategli come influenti – in particolare uno, denominato “il personaggio importante”; ricevendone la più totale indifferenza e anzi infastiditi rimbrotti. Schiantato dal dolore e dal freddo, ne morirà. Da quel momento, pare che un fantasma si aggiri nelle gelide notti di Pietroburgo strappando cappotti dalle spalle di malcapitati passanti.

Ma un ben più vero e feroce fantasma si aggira nelle coscienze di chi ha umiliato il povero Akakij: in primis, il personaggio importante, punto da tardivo rimorso, e che diventa la prima vittima del fantasma scippatore. Ma prima di lui, un giovane collega, che come gli altri in ufficio aveva deriso e dileggiato l’anziano scribacchino: “A tutto questo Akakij Akakievič non rispondeva neppure una parola…pur in mezzo a tutti questi tormenti egli non faceva il minimo errore nello scrivere. Solamente, se lo scherzo era troppo insopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di lavorare, diceva: “Lasciatemi in pace, perché mi offendete?” Queste parole lo segneranno per tutta la vita: “Fu come se una forza non naturale lo allontanasse da quei compagni di lavoro, che aveva conosciuto e ritenuto persone rispettabili, di mondo. E in seguito, per lungo tempo, nei momenti di maggiore felicità, gli tornava alla mente il piccolo impiegato con la calvizie sulla fronte, con le parole penetranti e struggenti: “lasciatemi in pace, perché mi offendete?”, e in queste parole penetranti e sfuggenti risuonavano altre parole: “io sono tuo fratello”. E quel povero giovane si copriva gli occhi con la mano, e molte volte in seguito tremò, nella sua vita, vedendo quanta disumanità vi sia nell’uomo, e quanta feroce rozzezza era nascosta nella colta, raffinata mondanità e, Dio!, persino in un uomo che la società riconosce nobile e onesto”.

E’ di noi che si parla. Di tanti dignitosi anziani immiseriti, ridotti a rubare un pezzo di formaggio al supermercato. Di tante normali cattiverie quotidiane verso i soggetti più deboli. Di burocrati tronfi e pieni di sé, che occupano posti sulla carta dedicati al pubblico servizio. Di ogni colpevole indifferenza e di ogni tardivo rimorso.

Mariletta Caiazza

Un tocco di classico

Il signore delle mosche, di William Golding

A seguito di un disastro aereo, un gruppo di ragazzini di una scolaresca britannica fa naufragio su un’isola tropicale, senza alcun adulto, trovandosi così di colpo a dover provvedere alla propria sopravvivenza. In uno scenario paradisiaco, una situazione estrema, in cui rapidamente iniziano a innescarsi tutte le dinamiche proprie di ogni consesso umano: leaderismo, divisione dei ruoli, assoggettamento dei più deboli. Un microcosmo – interamente maschile: sarebbe andata diversamente?, e in che senso?, viene da chiedersi, se fossero stati presenti anche soggetti femminili – in cui fin da subito si manifestano crudeltà e violenza. Il grassone occhialuto (soprannominato Piggy) è non a caso il soggetto su cui fin dalle prime pagine si esercita la cattiveria (oggi diremmo bullismo, stigma della diversità…); pur essendo lui il più riflessivo, come lo stesso Ralph, il capo, che lo sbeffeggia, è costretto ad ammettere fra sé e sé: “Io non so pensare. Non sono come Piggy”.

Ma nel gruppo si attivano anche le risorse dell’intelligenza: la capacità di individuare le priorità (costruire rifugi, accendere il fuoco), convocare assemblee per prendere decisioni, fronteggiare i pericoli, gestire i più piccoli. L’organizzazione sembra funzionare, fino a quando emergono divisioni aspre e destinate a divenire insanabili: fra i soggetti raccoglitori dei frutti della terra e custodi del fuoco, capeggiati da Ralph, e i cacciatori, bramosi di carne (emblema anche questo?), che sviluppano una pericolosa dimestichezza col sangue e i rituali guerreschi. Si diffonde il panico, sembrerebbe alimentato ad arte (anche qui: ogni Potere ha bisogno di generare Paura?) per una misteriosa Bestia, avvistata da lontano, e che si ritiene debba essere ammansita con doni (prima o poi i doni diventano sacrifici?). In realtà altro non è che una carogna, una testa di maiale, residuo di caccia, circondata da nugoli di mosche – da cui il titolo del libro – infissa su un bastone e ammantata con un brandello di paracadute. A scoprirne la reale identità è Simone: non a caso sarà lui la prima vittima, non della Bestia naturalmente, ma dei suoi compagni, i cacciatori, che in un delirante rituale guerresco ne provocheranno la morte; salvo poi, ritornati in sé, mettere in atto i classici meccanismi di negazione e falsa coscienza. E’ ormai un crescendo inarrestabile di orrore, fino all’epilogo, inatteso e spiazzante: l’arrivo sull’isola di un drappello di ufficiali della Marina Britannica, che avendo avvistato il fumo alimentato dai custodi del fuoco (dunque: è la pacifica lungimiranza che può salvare il genere umano, e non certo la logica delle armi, sembra essere l’insegnamento) giungono a trarre in salvo i naufraghi. – “Ve la spassate”, disse l’ufficiale – , battuta che non potrebbe suonare più agghiacciante. E poco dopo lo stesso ufficiale, avendo appreso delle violenze e delle uccisioni, così conclude: “Avrei pensato che un gruppo di ragazzi inglesi…Siete tutti inglesi, no?…sarebbero stati capaci di qualcosa di meglio…”

Qualcosa di meglio? E chi avrebbe dovuto insegnarglielo? Quegli adulti che, in quel momento, si stavano massacrando nell’ecatombe della seconda guerra mondiale?


Mariletta Caiazza

Classici

CLASSICI

Un tocco di classico

Giovin Signore…

come ingannar questi noiosi e lenti
giorni di vita, cui sì lungo tedio
e fastidio insoffribile accompagna,
or io ti insegnerò…

Sorge il mattino in compagnìa dell’alba
innanzi al sol, che di poi grande appare
su l’estremo orizzonte a render lieti
gli animali e le piante e i campi e l’onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
letto…
Allora sorge il fabbro, e la sonante
officina riapre…

Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo,
qual istrice pungente, irti i capegli
al suon delle mie parole? Ah, non è questo,
Signore, il tuo mattin…
A voi, celeste prole, a voi, concilio
di semidèi terreni, altro concesse
Giove benigno…

   (Giuseppe Parini, “Il Giorno”)

Dunque, il sole sorge allo stesso modo per il ricco aristocratico e per chi è costretto a spaccarsi la schiena per rimediare la sua grama vita. A qualcuno magari questa banale constatazione suonerà molto vetero-qualcosa, ma non è questa, in estrema sintesi, la millenaria storia della umana/disumana ingiustizia? Sottolineata – con impareggiabile umorismo – dal Parini, con l’immagine dei capelli del Giovin Signore che gli si drizzano sul capo alla sola idea che potrebbe essere anche lui chiamato, dal sorgere del sole, a spaccarsi la schiena.
Ma niente paura: “A voi, celeste prole (…) altro concesse Giove benigno”. Sì, molto benigno. E con la stessa umoristica finezza ci viene illustrato cosa sia “l’altro” che la sorte ha destinato al signorotto: una gran fatica, comunque! – partecipare a serate mondane rincasando a notte fonda, duramente provato da sfarzose libagioni eccellentemente innaffiate! – per non parlar d’altro…
Non sarà dunque certo in condizioni di alzarsi prima che il sole sia già alto (potrebbe accadergli, come pur abbiamo visto ai giorni nostri accadere a qualche incauto in condizioni analoghe, che caschi dal sonno nel bel mezzo di un autorevole consesso).
Una volta sveglio, avrà intorno uno stuolo di servitori pronti ad assisterlo ad ogni suo cenno (a partire dal lungo e complesso cerimoniale della toilette mattutina). I servitori qui descritti sono     rappresentati come eleganti e taciturni. Beh, su questo aspetto almeno sì che i tempi sono cambiati! I servitori oggi parlano, eccome! Addirittura spesso scrivono. E quanto a eleganza… 


Mariletta Caiazza