Un intellettuale bugiardo

5 luglio 2017

Abbiamo deciso di inserire nella categoria “classici” il libro di cui parliamo oggi, anche se non si tratta davvero di un classico come Moby Dick.

Infatti si tratta di una autobiografia-biografia di Paolo Villaggio, pubblicata pochi anni fa. Villaggio è certamente un classico per il suo Fantozzi, prima uscito in forma cartacea e poi personaggio del cinema.

Come tutti gli attori comici, della commedia italiana, ha sofferto per non essere riconosciuto come autore da premio ed ha avuto premi per altri film – forse anche molto più mediocri, come La voce della luna, film di Federico Fellini in cui recitava con Benigni.

A chi vuole ricordarlo, oltre alla lettura dei suoi Fantozzi, che sono a volte anche più divertenti dei film, consigliamo questo libro: Non mi fido dei santi: autobiografia bugiarda. Pubblicato da Aliberti e scritto insieme a Luca Sommi, consente di leggere i pensieri di Villaggio, il suo cinismo, la sua intelligenza, la sua tristezza, anche.

Leggerlo fa venire in mente le parole di un altro grande personaggio celebrato in questi giorni, da vivo: Vasco Rossi.

Alla domanda se fosse felice ha risposto “felice? Felice è una parola troppo grossa. Diciamo che non posso lamentarmi, ma se potessi lamentarmi…”. Ecco, forse anche Villaggio risponderebbe così. 

Azzurra Mongini

 

 

Una guida per l’Italia

1 giugno 2017
 
Il turista che voglia visitare l’Italia potrebbe, invece che comprare una guida turistica, scaricare gratuitamente dalla rete – si trova per esempio in Progetto Gutenberg – le “cartoline dall’Italia” di Charles Dickens.
 
Si tratta di ritratti spesso molto divertenti e comunque molto arguti, come lo scrittore inglese sapeva essere, di diverse città italiane visitate, da Genova a Verona a Padova, da Mantova a Milano, da Parma a Bologna, e poi ancora Roma, Napoli.
Non si tratta di asettiche descrizioni ma di veri e propri diari di viaggio, con racconti vividi di esperienze vissute – a Roma per esempio una esecuzione che lascia disgustato lo scrittore – di persone e antropologie, di vizi e virtù del nostgro Paese (l’Italia viene definita a un certo punto “this unaccountable country”). Troverete anche cenni per piccoli paesi, da quelli dei Castelli che circondano Roma allo stupore per la visita a Paestum, dalla silenziosa Ferrara a Pisa e Siena.
 
Poi, scendendo dalla toscana e attraversando la campagna romana, in lontananza Dickens vede Roma che – quasi gli dispiace ammetterlo – gli sembra Londra. 
Il libro si chiama Pictures from Italy. Invece di una guida Lonely Planet, usate questa se girate l’Italia. 

Giuliano e il cristianesimo

16 febbraio 2017

C’è stato un momento nella storia dell’umanità in cui è stato chiaro che il cristianesimo non si sarebbe più potuto fermare. E’ questo momento che viene raccontato in un romanzo che Gore Vidal scrisse all’inizio degli anni ’60 e che è considerato uno dei romanzi più importanti dello scrittore americano.

Fazi ripubblica “Giuliano”, secondo molti uno dei capisaldi della letteratura statunitense del ‘900. Storia personale e politica dell’imperatore Giuliano, che visse nel quarto secolo dopo Cristo, nipote di Costantino ma – a differenza dello zio – fermamente intenzionato a soffocare il  più possibile la diffusione del cristianesimo nell’impero per tornare al culto pagano degli dei proprio della romanità. E’ “L’Apostata”, durò solo tre anni, morì assassinato e fallì nel suo disegno. Il romanzo parla di lui e del clima politico del tempo, un romanzo storico formidabile secondo chi l’ha letto. Utilissimo per imparare a capire cosa vuol dire per un uomo di potere non capire lo spirito del tempo. 

Gaetano Vannuzzi

Vento del sud

27 ottobre 2016

Il vento del Sud è quello che scioglie i ghiacci. 
Per un romanzo ambientato in Finlandia nel 1947, di Elmar Grin, introvabile fino a qualche giorno fa se non su Ebay, premio Stalin a quei tempi, poi dimenticato, è una bella possibilità quella di avere una seconda vita.
 
Vento del Sud esce per Marcos y Marcos, parla di persone comuni – il contadino Einari, il suo amore profondo per la propria terra, la guerra, la ribellione verso il padrone, la famiglia, un fratello più giovane con le sue idee da rivoluzionario.
 
Nel 1947 la Finlandia è invasa dalla Russia e questo non piace a Einari, ma alla lunga diventa più importante combattere lo strapotere arrogante del padrone. 
Cruciale in questo libro è il personaggio riflessivo e i buoni sentimenti che esprime, quelli che probabilmente gli hanno fatto guadagnare il premio Stalin. Ma scoprirete un libro che non è certo una storia di propaganda e forse vi stupirete, persino. 
 
Rossella Lombardi

Per Natale regalate libri

A Natale perché non regalate libri, e solo libri? La lettura è in calo, e se non fosse per i giovanissimi sarebbe messa ancora peggio. Si dice che dipende dalla crisi, ma l’ultimo rapporto Censis ha rivelato sì che tutti i consumi sono scesi drasticamente, ma che invece sono cresciuti notevolmente quelli di telefonini. E dunque, invece di regalare smartphone, gadget, apparecchi dell’ultima generazione, perché quest’anno non vi dedicate a regalare un libro?

Qualche consiglio? 

Il cardellino di Donna Tart è uno dei “dieci libri dell’anno” secondo il New York Times. Scoppia una bomba nel Metropolitan Museum di New York, e tra le vittime c’è una donna, la madre del protagonista. Che nel frattempo pensa – su suggerimento di qualcuno – di rubare un quadro fiammingo che si chiama appunto “Il cardellino”. Il libro è un thriller ma molto altro, tanto che si è citato Dickens.

La “storia di una ladra di libri” è libro da regalare a ragazzi, adolescenti, o adulti poco consapevoli. E’ un romanzo da cui è stato tratto un fortunato film – molto visto – scritto da Zusas Markus,  e il vero titolo è “La bambina che salva i libri”. Siamo nel 1939, nella Germania nazista, e la protagonista (Liesel Meminger) raccoglie un libro tra la neve durante il funerale del suo fratellino. E’ il primo atto, che la porta a leggere di nascosto, e a salvare i libri dai roghi dei nazisti. E a condividere la lettura con un ebreo.- 

Tra i libri italiani più belli dell’anno che sta per finire, almeno secondo Francesco Piccolo, c’è Lacci, di Domenico Starnone. Come ha scritto Annalena Benini su Il Foglio è “la storia spietata e precisa del rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza, e della ferita che porta con sé anche quando si è deciso, con sofferenza, di ricominciare, di tornare ognuno al proprio posto: a casa, con i figli, con una moglie consumata dal dolore e dalla rabbia, che ha perso il suo splendore, e di cui lui non ricorda più nemmeno un minuto di splendore”. Magari non proprio natalizio, o almeno non per tutti. Ma da regalare, magari a un single felice o a una coppia fuori pericolo.

Meno impegnativo – e un classico a suo modo – è “I love shopping” di Sophie Kinsella: una giornalista di nome Becky ha una irrefrenabile passione – quasi una mania, e potete immaginare quale sia. L’acuto senso dell’umorismo hanno fatto di questo libro – e degli altri dell’autrice – un libro molto apprezzato anche dalla critica, ,oltre che dal pubblico. 

 

 

 

Cina e altri orienti

Il risvolto di copertina di Cina e altri Orienti di Giorgio Manganelli, in vendita sul sito di Adeplhi anche con uno sconto del 15 per cento, è il segno di un lavoro, quello editoriale, che ancora qualche lustro fa veniva fatto con cura, perché adempie al suo compito con mirabile precisione: è scritto bene e mette voglia di comprare l’opera. 

Per questo lo riproponiamo: 

«Andare in Asia, eh? So già cosa vi immaginate. Qui sarà tutta una luminaria di illuminazioni, una visione di visioni, una rivelazione di cose che, altrove, non si rivelano. Credete? Mandate a girar per l’Asia un professore nevrotico, diventato poi pensionato, poi gazzettiere, e il risultato sarà sensibilmente diverso. Deprimente, diciamo». Così scriveva Manganelli nell’irri­dente, paradossale risvolto destinato a spiazzare i potenziali acquirenti della nuova edizione, accresciuta di molteplici Ori­en­ti, di un libro apparso in origine nel 1974 (nel frattempo, fra il 1975 e il 1988, ai reportage da Cina, Filippine, Malesia se n’erano aggiunti numerosi altri: Arabia, Pakistan, Kuwait, Iraq, di nuovo Cina, Taiwan). Un’edizione che Manganelli predispose minuziosamente pochi mesi prima di morire, nel 1990 – tanto la serie di viaggi orientali gli stava a cuore –, ma che non venne mai realizzata: almeno sino a oggi, grazie alle cure impeccabili di Nigro. Ma perché «deprimente»? Perché il lettore affetto da ansia di assoluto non avrebbe trovato né Siddhartha né un solo guru, «se non con fondotinta di imbroglione a fin di bene cosmico». Il che non stupisce, essendo scopo precipuo del­l’autore, semmai, quello di raschiare via un po’ di anima: sicché «scolorina sulle apparizioni; antinevralgici per i fachiri, sordina sulla scala pentatonica; Coca-Cola nella Cina popolare». In compenso, il lettore avrebbe trovato – divertendosi, per di più, pazzamente – qualcosa di altrettanto prezioso: la chiave per comprendere «i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’appa­renza del­l’ovvio» e quanto meno intravedere quelle «linee del labirinto» che sono i nostri fratelli ignoti. Anche nelle vesti di viaggiatore, d’altro canto, Manganelli resta un ricercatore di segni, un decifratore di enigmi ed emblemi: in altre parole, un lettore che «non si illude di espatriare dalla propria biblioteca».

Dell’opera di Manganelli ha parlato qualche giorno fa Rivista Studio, in una bella recensione che pure vale la pena di leggere. Anche perché riproduce la stessa nostalgia per un tempo andato della letteratura italiana. L’autore, Cristiano De Majo, accosta infatti il libro di Manganelli al reportage di viaggio di Sandro Veronesi, scrittore dei tempi nostri, perché leggendo gli scritti di Manganelli, divertito, rapito, ammirato, mi sono anche sentito stupido. Perché, evidentemente, non producevo soltanto un impossibile confronto tra due scrittori italiani di epoche diverse, ma anche, e inevitabilmente, un confronto tra due epoche. L’epoca in cui Veronesi gira per languide metropoli su commissione di Traveller, che è anche l’epoca in cui ogni giallista che si rispetti ha commentato con parole ovvie e indifferenziabili dal ragionamento di un uomo della strada almeno un fatto di cronaca nera italiana, contro l’epoca in cui riviste e giornali popolarissimi (Epoca, Il Giorno, L’espresso) mandavano scrittori come Manganelli (o anche come Parise, che scrisse i bei reportage raccolti sempre da Adelphi in Guerre politiche) a raccontare la Cina, la Malesia, il Pakistan. E scrittori come Manganelli non potevano che offrire – venivano scelti per questo – il loro personalissimo e irriproducibile sguardo, che nessuna immedesimazione poteva avere con il punto di vista comune, senza per questo essere spocchioso o elitario”.

Il libro di Manganelli, pubblicato nella edizione curata da Silvano Nigro, racconta con linguaggio barocco – e quindi da assorbire, “digerire”, come ha detto qualche critico – di città come Manila, Hong Kong, Kuala Lumpur, Pechino, Shangai, e di “natura”, fino ad inventare verbi per i rumori della giungla, di invasione di motori a Bangkok e di come è visto l’Occidente da Oriente. 

Ma non è un diario, una guida da sfogliare, o un reportage alla maniera degli scrittori di oggi. Magari tra trenta anni avremo nostalgia di Veronesi, chi lo sa.

P.B

109 classici Dalai

Con meno di 10 euro, e in qualche caso anche meno di 5, potete portare a casa Tolstoj, o Stevenson, Kafka o Baudelaire, Dickens o Sun Tzu. E se a casa avete già diverse versioni di Frankenstein, dei Fiori del Male o di David Copperfield potete sempre regalarli. Dalai comunque offre i suoi grandi classici con lo sconto del 25 per cento, a prezzi concorrenziali con quelli di un qualsiasi ebook, per chi proprio non volesse abituarsi a leggere su supporti che consumano corrente, per niente paragonabili alla carta.

D’altra parte forse non è proprio finito, il tempo della carta, se è vera la notizia che la casa discografica Universal ha deciso di ristampare negli Usa un discreto numero di classici della musica hip-hop su cassette magnetiche. Pare che Universal lo abbia annunciato per rispondere alle richieste dei detenuti, visto che fino ad oggi nelle carceri americane non è ammesso portare lettori Mp3, e l’unico formato ammesso è ancora quello sul vecchio nastro. Tra gli artisti oggetto di ristampa ci saranno 50Cent e Jay-Z.

Un cassico pure disponibile con sconto – per Et Einaudi – è Essere uomini è uno sbaglio, di Karl Kraus, raccolta di aforismi e pensieri. Tra cui questo: “Sono per la dispersione della stupidità. Non va bene che si concentri per intere settimane in un punto solo”.

Salvatore Tranchino

Utopia consiglia Zorba il greco

Tra pochi giorni riapre la Libreria Utopia a Milano, storica libreria, ma soprattutto luogo in cui cercare e trovare i libri, e non solo i bestseller promozionati dalle case editrici. Fondata nel 1977 dal circolo anarchico milanese Ponte della Ghisolfa, la Libreria Utopia ha avuto tra i suoi frequentatori personalità come Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Rossi, Jovanotti e poi gli scrittori, Corrado Stajano, Vincenzo Consolo, e Gianni Biondillo, Antonio Scurati… L’elenco è lungo, l’agenda verde dei clienti comincia con Federico Zeri e Gillo Dorfles.

QUalche settimana fa ha dovuto salutare il suo quartiere storico, a via Moscova, per spostarsi dal 13 febbraio prossimo in via a Vallazze 34, ex libreria Anna Kulisciof. Ma anche nella nuova sede si potranno trovare i libri che altrove non si trovano. Per esempio Zorba il greco, un libro “che ad Utopia non mancherà mai”. Zorba il greco è stato ripubblicato in integrale da Crocetti un paio d’anni fa.

Dalla scheda di IBS:

“Lo conobbi al Pireo… Parole, risate, balli, ubriacature, preoccupazioni, quiete conversazioni al tramonto, occhi sgranati che mi fissano con tenerezza e disprezzo, come se mi dessero ad ogni istante il benvenuto, come se ad ogni istante mi dicessero addio, per sempre”. Zorba il greco è il romanzo di Nikos Kazantzakis da cui venne tratto il fortunato film con Anthony Quinn e Irene Papas, proposto ai lettori italiani in traduzione dal greco e in versione integrale. “Sicuramente il cuore dell’uomo è una fossa chiusa di sangue, e quando si apre corrono ad abbeverarsi e a riprendere vita tutte le inconsolabili ombre assetate… Corrono a bere il sangue del nostro cuore, perché sanno che altra risurrezione non esiste. E più avanti di tutti corre oggi Zorba con le sue grandi falcate, e scansa le altre ombre, perché sa che è per lui oggi la commemorazione. Facciamo tutto quanto è in noi perché riviva ancora per un po’ questo crapulone, beone, lavoratore instancabile, donnaiolo e zingaro. L’anima più grande, il corpo più saldo, il grido più libero che abbia mai conosciuto in vita mia”.

Maddalena Zambelli

Il compleanno dimenticato di Sciascia

Riproduciamo oggi un articolo uscito su L’Unità e ripreso dal blog Minima et Moralia. Si parla di Sciascia, e del suo “compleanno” dimenticato dai professionisti delle ricorrenze, l’8 gennaio. E’ firmato da Giuseppe Rizzo

 

Deve essere così: che l’intelligenza fa difetto ai professionisti delle ricorrenze. In Italia si ricorda (e si rimpiange) di tutto, e con la stessa amorevole tigna ci si dimentica di tutto. Oggi, per dire, è l’anniversario della nascita di Leonardo Sciascia e niente, non c’è il becco di una riga in tutti i quotidiani nazionali.

Eppure ce ne sarebbe il tanto per rileggere alcune delle cose dello scrittore di Racalmuto. Con i suoi abbagli, le contraddizioni, la lucidità, con quel giro di frasi commoventi per la bellezza e la precisione della punteggiatura, Sciascia è invecchiato molto meglio di altri.

Perciò, nel giorno in cui avrebbe compiuto 92 anni abbiam deciso di strappare cinque pagine dalle migliaia scritte in vita e incollarle qui – a futura memoria, come si dice. Cinque pagine tra le più belle – tra i romanzi, le favole, le prime e le ultime cose, le più lette e le più dimenticate. Cinque pagine e un video, perché un’altra cosa straordinaria di Sciascia era la voce, che vale davvero la pena di ascoltare.

FAVOLE DELLA DITTATURA
Sono di fatto l’esordio di Sciascia. Pubblicate nel 1950, le recensì anche Pier Paolo Pasolini: “Dieci anni fa queste favolette sarebbero servite unicamente a mandare al confino il loro autore. Quanti italiani sarebbero stati in grado di capirle? Adesso, con un fondo di amarezza tutta scontata, Sciascia condanna, nel ricordo, quei tempi di abiezione, e proprio con un gusto della forma chiusa, fissa, quasi ermetica, insomma: che a quei tempi era proprio uno dei rari modi di passiva resistenza”.

Dopo che per lungo tempo furono introvabili, oggi le ha rieditate Adelphi, pubblicandole assieme alle prime e uniche poesie di Sciascia (“La sicilia, il suo cuore”). Questa, brevissima, s’intitola “Lasino”:

“L’asino aveva una sensibilissima anima, trovava persino dei versi. Ma quando il padrone morì, confidava: “Gli volevo bene: ogni sua bastonata mi creava una rima”.

IL GIORNO DELLA CIVETTA
E’ indubbiamente il romanzo più conosciuto dello scrittore – e il primo di una serie che furono portati sul grande schermo. Eppure di questo lungo racconto sulla mafia, pubblicato nel 1961 (in Parlamento, in quegli anni, molti onorevoli ne negavano l’esistenza) Sciascia arrivò persino a vergognarsi: “E’ un libro che non amo. Ha avuto troppo successo e per ragioni anche esterne. E’ irritante accorgermi qualche volta che lo si legge come un ragguaglio folcloristico”. In particolare, a Sciascia diede fastidio l’ambiguità con cui molti facevano scrosciare gli applausi (a teatro, al cinema) durante il monologo del boss don Mariano Arena di fronte al capitano Bellodi sulle “categorie degli uomini”. Il monologo è questo:

“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parole piena di ven-to, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con ri-spetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere che la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

NERO SU NERO
Le pagine di “Nero su Nero”, pubblicate nel 1979, sono tra le più feroci, per crudeltà e precisione d’analisi, di Sciascia. La radiografia dell’Italia è impietosa – l’Italia degli “eterni fascismi”, quella nerissima del decennio 1969-1979. Ma ci sono anche felici intuizioni, e divertenti, come per esempio quella sul cretino di sinistra:

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra; ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania”.

UNA STORIA SEMPLICE
L’ultimo romanzo di Sciascia. Una storia asciutta, in cui il gioco a togliere che caratterizzò tutta la sua opera, tocca qui il suo picco massimo. Una storia sul traffico di droga, in cui però la parola droga non viene mai scritta. L’incipit è la quintessenza del romanzo giallo:

“La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della ru-tilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al fale-gname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accende-vano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e or-mai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e nottur-na degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava. Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roc-cella. Aveva una voce educata, calma, suadente. ‘Come tutti i folli’ pensò il tele-fonista. Chiedeva infatti, il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata”.


L’AFFAIRE MORO
Uno dei pamphlet più discussi di Sciascia. Per le parole sul segretario Dc rapito e ucciso dalle Br lo scrittore fu duramente attaccato. Ma quelle pagine, ancora oggi, restano tra le più lucide su quei giorni infelici e feroci. Quello che segue è l’incipit del libro, un piccolo dialogo a distanza con Pasolini – e dolce, pieno d’affetto per il poeta ammazzato.

“Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni (…) Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse (…) Era proprio una lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso ora pieno di voci e giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini. Pasolini ormai fuori dal tempo, ma non ancora, in questo terribile paese che l’Italia è diventato, mutato in se stesso (“Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change”). Fraterno e lontano, Pasolini per me. Di una fraternità senza confidenza, schermata di pudori e, credo, di reciproche insofferenze. Per mia parte sentivo come un muro che ci separasse una parola a lui cara, una parola-chiave della sua vita: la parola “adorabile”. Può darsi che questa parola io l’abbia qualche volta scritta, e sicuramente più volte l’ho pensata: ma per una sola donna e un solo scrittore. E lo scrittore – forse è inutile dirlo – è Stendhal. Pasolini trova invece “adorabile” quel che per me dell’Italia era già straziante (ma anche per lui, ricordando un “adorabili perché strazianti” delle Lettere luterane: e come si può adorare ciò che strazia?) e sarebbe diventato terribile. Trovava “adorabili” quelli che inevitabilmente sarebbero stati strumenti della sua morte. E attraverso i suoi scritti si può compilare un piccolo dizionario delle cose per lui “adorabili” e per me soltanto strazianti e oggi terribili. Le lucciole, dunque. Ed ecco che – pietà e speranza – qui scrivo per Pasolini come riprendendo dopo più che vent’anni una corrispondenza: “Le lucciole che credevi scomparse, cominciano a tornare. Ed è stato così anche con i grilli: per quattro o cinque anni non li ho sentiti, ora le notti sono sterminatamente gremite del loro frinire”.

La vita secondo Woody

Nel 1976 il disegnatore Stuart Hample chiese a Woody Allen, il permesso di trasformarlo nel protagonista della sua prossima striscia di fumetti. Allen era già notissimo: da almeno dieci anni era un divo del cinema, avendo già collezionato veri e propri classici come “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”, “Provaci ancora Sam”, “Amore e Guerra”, “Prendi i soldi e scappa”. Allen accettò, e anzi cominciò a collaborare con Hample su ogni vignetta, a chiedere incontri settimanali, a mettere a disposizione il suo vastissimo repertorio di gag.

 

 

E’ nato così “La vita secondo Woody Allen”, che proseguirà con successo, sui quotidiani di tutti gli Stati Uniti, fino al 1984. Il volume, uscito tre anni fa in Gran Bretagna e negli Usa, è uscito per le edizioni Isbn in Italia nel 2010, ed è ripubblicato pochi giorni fa, pronto per i regali di Natale. 

300 strisce corredate da bozzetti, interviste, dietro le quinte, fotografi, che completano la figura di uno fra i più grandi umoristi del Ventesimo secolo. Dice la scheda del libro “anche del Ventunesimo”, ma a noi basta anche solo il primo.

Salvatore Tranchino