Due saggi su razzismo e fascismo

19 maggio 2018

L’Italia fascista varò le leggi razziali nel 1938. In quell’anno fu sancita la discriminazione razziale e la codificazione del razzismo mussoliniano, un processo che
fu soprattutto veicolato attraverso le riviste e gli intellettuali del regime. Meno dal Partito Nazionale Fascista, a giudizio dell’autore del primo saggio di cui parliamo
oggi.

Flavio Costantino, storico classe 1976, ha pubblicato per l’editore Solfanelli un saggio fatto soprattutto di documenti: dal famoso “Manifesto della razza” a quello degli
scienziati razzisti, dal famoso discorso di Benito Mussolini a Trieste del settembre 1938 ai diari degli esponenti del regime fino alle leggi razziali. Ovviamente ai testi sono
affiancate le date (una utile cronologia dagli anni 20 agli anni 40 aiuta a capire meglio). Il testo, uscito nel 2017, consente di capire meglio la storia di oggi: sapere come si arrivò alle leggi razziali, quale fu il clima di quegli anni e come le tesi su demografia e razza furono accolte con un certo entusiasmo soprattutto dai giovani intellettuali, per esempio quelli inquadrati nella GUF, la Gioventù universitaria fascista.

Per approfondire meglio questo argomento, per capire come nelle fila della Gioventù fascista non ci furono solo alcuni intellettuali poi diventati simboli dell’antifascismo ma anche molti giovani smaniosi di difendere le tesi peggiori del fascismo, un altro volume è utile: “Lo spirito gregario”, scritto da Simone Duranti nel 2008, al tempo assegnista di ricerca alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ha indagato il ruolo svolto dai GUF negli anni trenta a supporto della politica di ricerca del consenso del regime e dell’imperialismo fascista. Propaganda, lotta alla democrazia, campagna antiborghese e antisemita, concetti come il “volontarismo goliardico”. Questi giovani intellettuali con solerzia e aggressività difesero e alimentarono le politiche del regime con autentico “spirito gregario”.

Flavio Costantino, Razzismo e fascismo, Solfanelli, 2017

Simone Duranti, Lo spirito gregario, Donzelli, 2008

Gaetano Vannuzzi

L’Iran al tempo di Trump

16 maggio 2018

Luciana Borsatti è stata corrispondente da Teheran per molti anni. Prima era stata al Cairo. Certamente conosce l’Iran e dunque, per farsi una idea, può essere utile
comprare il suo “L’Iran al tempo di Trump”, edito da Castelvecchi. Il libro prende spunto dalla decisione dell’Amministrazione Usa di rinnegare l’accordo sul nucleare
iraniano che – dopo gli accordi firmati da Europa e Usa, con Obama, nel 2015 – sembrava un tema destinato a scomparire tra le emergenze planetarie. E’ possibile che
l’accordo diventi carta straccia riportando indietro la lancetta della storia. Cosa ne penseranno gli iraniani?

Di questo soprattutto ci parla il libro della Borsatti. Parla di un Paese giovane, frustrato, straordinariamente aperto al mondo, come sanno i turisti che lo hanno visitato, e avvolto in una contraddizione fortissima, una democrazia islamica, con un fortissimo potere clericale che pervade la società e i problemi di una società moderna, con grandi città congestionate dal traffico e inquinatissime, università animatissime, donne istruite ma anche costrette a pratiche da società medievale, a partire dal sempiterno velo da indossare.

Nel libro le voci degli iraniani, di molti e diversi cittadini di quel Paese. Essi raccontano il loro Paese e aiutano lo straniero a capire meglio.

Luciana Borsatti, L’Iran al tempo di Trump, Castelvecchi

Sebastiano Pozzi

A mano disarmata

3 maggio 2018

Federica Angeli è una giornalista del quotidiano La Repubblica che una notte di cinque anni fa sentì degli spari dal palazzo in cui abitava, nella periferia estrema di Roma, a Ostia. Sentì una voce che comandava “tutti dentro, lo spettacolo è finito”. Lei, che già de tempo si occupava delle guerre tra clan locali, della locale malavita camorristica o mafiosa, non solo non rientrò dentro ma denunciò quello che aveva visto.

Da quel giorno la sua vita è cambiata, perché le fu assegnata una scorta che – come succede a tanti giornalisti e intellettuali di questo Paese – la segue ad ogni passo e stravolge completamente la sua vita. Il libro di cui parliamo oggi racconta anche un parziale lieto fine, perché le denunce della Angeli sono arrivate nei tribunali e di recente anche alle sentenze di condanna per i boss che lei combatte. Ma racconta anche la paura, la disperazione, la solitudine di questa cronista e di questa donna.

Il libro si chiama A mano disarmata, cronaca di 1700 giorni sotto scorta. 

E’ pubblicato da Baldini + Castoldi e la foto che mostriamo qui è quella della vetrina della libreria di via delle Baleniere, a Ostia, postata dall’autrice sui social network.

DcLtNDSXkAUKICX

Miranda Guterres

Nostalgia di un altro mondo

2 maggio 2018

Ottessa Moshfegh è una scrittrice americana, nata a Boston da padre iraniano e madre croata. E’ giovane – 35 anni – e già molto apprezzata, tanto che i suoi racconti sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista New Yorker. In Italia è anche uscito un suo romanzo, edito da Mondadori, titolo Eileen.

Qui parliamo di una sua raccolta di racconti pubblicata da Feltrinelli con il titolo “Nostalgia di un altro mondo”. I racconti sono quattordici e ogni personaggio che li attraversa non è un personaggio negativo anche se è attanagliato da problemi, insicurezze, dipendenze e circondati di desolazione, piscine sporche, letti  sfatti, noia mortale, immondizia. I racconti sono ambientati in California, soprattutto, e i protagonisti non hanno meno problemi se sono ricchi invece che poveri o se sono giovani invece che anziani.

Tutti però cercano una vita migliore, una qualche via d’uscita da un problkema o da un evento che hanno vissuto. La via d’uscita spesso non c’è o si rivela diversa da quella che i protagonisti si erano immaginati. L’editore ha definito questo stile un “nichilismo compassionevole”, dove umorismo, tristezza e vita si intrecciano. Ma i racconti, specialmente quelli americani, sono belli per questo.

Ottessa Moshfegh, Nostalgia di un altro mondo, Feltrinelli

Sebastiano Pozzi

Il tempo migliore della nostra vita

25 aprile 2018

Per celebrare il 25 aprile oggi vi consigliamo di leggere un libro che non è un saggio e non è un romanzo, anche se racconta storie di persone che possono – al giorno d’oggi – sembrare “da romanzo” e anche se racconta di fatti che starebbero benissimo in un saggio. L’autore del libro è Antonio Scurati e il titolo è “Il tempo migliore della nostra vita.

Si parla del fascismo, di chi aderì al fascismo e di chi non lo fece, della Resistenza, dell’Europa degli anni 30 e 40. E soprattutto alcune figure: Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Giulio Einaudi e gli intellettuali che lavorarono con lui. Intellettuali profondamente impegnati nella società e nella storia. Sono persone illustri raccontate come in un mosaico, le cui vite si intrecciano con quelle della famiglia dell’autore, con i nonni in particolare, persone comuni vissute sotto la stessa dittatura e la stessa Resistenza.

Ma il personaggio centrale è Leone Ginzburg, un ebreo nato ad Odessa, di famiglia benestante, che passava le vacanze a Viareggio, vissuto gran parte della sua vita in Italia, animatore della resistenza al fascismo, morto tragicamente in galera, dopo le torture subite dai nazisti, a Regina Coeli nel 1944. Era il marito di Natalia. Se volete, è sepolto al cimitero romano del Verano.

Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita, Bompiani, 2015

Gaetano Vannuzzi

 

Selva Oscura

17 aprile 2018

Siamo certi che non vi facciate impressionare facilmente da quelle fascette di copertina che accompagnano i libri in vendita. Ma se Philip Roth lo definisce “un romanzo straordinario” forse varrà la pena di leggerlo, fascetta o no.

Il libro si chiama Selva Oscura ed è firmato da Nicole Krauss, scrittrice americana protagonista qualche settimana fa di un bel dialogo con lo scrittore Nathan Englander, pubblicato da La Repubblica (lo trovate qui se volete leggerlo).

Selva Oscura parla di un uomo scomparso nel nulla, delle sue radici ebraiche, di Israele e di Usa, di letteratura europea. Soprattutto però – e forse da qui viene l’ammirazione di Roth – la Kraus sa mescolare profodità di pensiero, citazioni bibliche, letteratura mitteleuropea e ironia sferzante. L’uomo scomparso nel nulla riappare in Israele e incrocia i suoi destini con quelli di una donna di nome Nicole, personaggio abbastanza autobiografico. La donna è reduce da una crisi matrimoniale – la Krauss è l’ex moglie di Jonathan Safran Foer – e lavora ad un progetto editoriale.

Il progetto è su Kafka, che avrebbe avuto una seconda vita in Israele, reinventandosi giardinere. Il libro secondo la critica Usa è il più bello dell’autrice. Di un giardiniere la Krauss aveva parlato parecchio tempo fa, come testimonia questa Goccia.

Sebastiano Pozzi

Il cinema e la storia

15 aprile 2018

Una storia d’Italia dal Risorgimento ai giorni di Berlusconi e oltre: la storia del nostro Paese è stata passata al setaccio da centinaia di libri di storici e letterati. Nessuno finora però aveva pensato di raccontarla attraverso il cinema, le opere dei registi italiani che hanno raccontanto, con i loro film, i momenti cruciali della nostra storia. Se il Caimano vi fa pensare a Berlusconi, per esempio, alcuni film di Visconti raccontano altri momenti della storia patria: dalla Sicilia all’Italia unitaria del Gattopardo al Risorgimento e all’irredentismo di Senso. I film di Monicelli e Comencini hanno anche raccontato le guerre e l’Italia, le maschere di Sordi e Gassman e Tognazzi ne hanno descritto questi e altri momenti, i film dei fratelli Taviani hanno raccontato le utopie e la Resistenza, le facce di Don Camillo e Peppone il secondo dopoguerrra. Senza dimenticare il cinema del boom, quello del 1968, quello post-sessantottesco.

Ma possono esserci anche percorsi meno scontati: Alberto Crespi, critico del cinema e conoscitore della storia patria, offre con la “Storia d’Italia in 15 film” un racconto della storia italiana citando film non attesi, come Sandokan, che ci parla anche della rivolta del ’68, o Amarcord: Fellini non è un regista politico ma quel film, dice l’autore, descrive molto bene il nostro ventennio fascista.

I film non sono solo quindici, in realtà. Crespi, attorno a quei quindici, ne cita decine di altri e fa venire voglia di chiudersi in casa e rivederli uno per uno.

Storia d’Italia in 15 film, Alberto Crespi, Laterza, 2016

Gaetano Vannuzzi

La collusione, Trump e Putin

12 aprile 2018

“Un idiota circondato da clown”: questa definizione del Presidente degli Stati Uniti Trump e della sua amministrazione appartiene al giornalista Michael Wolff, l’autore di quel “Fire and fury”, il libro uscito pochi mesi fa sulla Casa Bianca che tante polemiche ha suscitato. 

Oggi vogliamo consigliarvi un altro saggio dedicato anche a Trump ed alla sua amministrazione. In Italia è pubblicato da Mondadori e si intitola “Collusion, come la Russia ha aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca”. Il libro è stato scritto da un giornalista del britannico Guardian, Luke Harding, che è stato fino al 2011 responsabile della redazione di Mosca del quotidiano britannico. Harding fu espulso dalla Russia e si è occupato di Russia con altri libri, tra cui uno dedicato all’omicidio di Alexander Litvinenko. Dal suo lavoro è in parte tratto anche il film di Oliver Stone “Snowden”, uscito nel 2016. 

Questo libro, con una imponente documentazione, ripercorre la storia dei rapporti tra Donald Trump e la Russia fin da quando era ancora Unione Sovietica. Il primo viaggio del magnate americano a Mosca risale infatti al 1987, su invito del regime sovietico. La fonte del libro è all’interno dei servizi segreti britannici e vi fa scoprire ambienti diversissimi: dai mercati finanziari a quelli immobiliari, dai concorsi di bellezza alla pirateria informatica, da organizzazioni criminali a uomini degli apparati dei due Paesi. In ogni caso quello che emerge è un quadro inquietante sui rapporti tra la Russia e l’attuale presidente degli Stati Uniti. 

Il libro è stato apprezzato da giornalisti e studiosi. E’ una lettura consigliabile per capire meglio quello che succede nel mondo. 

Luke Harding, Collusion, Mondadori

Gaetano Vannuzzi

Kadare, uno scrittore albanese

7 aprile 2018

Ismail Kadare è uno scrittore albanese che vive tra Parigi e Durazzo. E’ nato ad Argirocastro, la città in cui nacque il dittatore albanese Enver Hoxha, e torna nel suo Paese d’origine a passare le vacanze d’estate da quando quel regime è caduto. Ma non era un dissidente.

Anzi, come ha scritto di recente Claudio Magris, è un autore che ha conosciuto anche le lusinghe del regime, oltre ai suoi incubi. Per esempio è stato membro del Parlamento albanese dal 1970 al 1982, “minacciato di morte e anche celebrato dal regime, fiero, nel suo nazionalismo, di avere un grande scrittore coronato dal successo mondiale. Esperienze che chi non ha vissuto in un simile regime non può nemmeno veramente immaginare e tanto meno giudicare. Kadare ha abbandonato l’Albania nel 1990, quando la dittatura stava morendo o era pressoché morta e quando, si dice, la delusione per la democrazia nata dalle ceneri di quel totalitarismo sembra essere stata per lui non tanto meno forte dell’orrore ora coraggiosamente mostrato, ora necessariamente sfumato”, scriveva Magris

Di recente la casa editrice La nave di Teseo ha acquistato i diritti della sua opera di narrativa (egli nasce come poeta) e dunque tutti i suoi romanzi sono disponibili. Tra gli altri La bambola, un romanzo ambientato proprio nella sua città natale e dedicato alla madre. Il libro infatti prende avvio con un viaggio che l’autore e la moglie fanno da Parigi ad Agirocastro perché la madre è in fin di vita. Da lì inizia il romanzo che – oltre ad essere un atto d’amore per la madre è anche un racconto della storia del suo Paese, dagli anni 30 in poi.
Appena uscito poi un racconto: La provocazione. Una riflessione sulla guerra a partire da due postazioni nemiche che si fronteggiano su una linea di confine in un inverno gelido e nevoso. Un racconto incalzante sui dilemmi eterni di ogni guerra.

Sebastiano Pozzi

Siamo tutti autistici?

4 aprile 2018

Il 2 aprile in tutto il mondo si celebrava il giorno dedicato all’autismo, o meglio al superamento dell’autismo. Le persone autistiche sono da decenni un problema e un mistero. Un problema per la società che fatica ad occuparsi degli ultimi, di tutti gli ultimi, di quelli che il Papa chiama “scartati”. E un mistero per la scienza, che poco riesce a fare.

Una persona che convive con l’autismo e che da anni cerca di parlarne non come un problema ma come un fatto e una opportunità è il giornalista Gianluca Nicoletti, che ha un figlio autistico che ha ormai venti anni e che è stato protagonista di altri libri. Quello uscito in questi giorni parla più di Gianluca che del figlio, Tommaso. In “Io figlio di mio figlio” (Mondadori) è Gianluca a fare outing: dopo visite da psichiatri e una profonda autoanalisi confessa di essere anche lui autistico. E in particolare affetto dalla sindrome di Asperger.

I malati di questa sindrome hanno ansia, panico facile, spesso un quoziente intellettivo alto, disturbi ossessivo compulsivi, difficoltà enormi nei rapporti con gli altri.

Fu un neuropsichiatra a diagnosticare per primo a Nicoletti: “Possibile che non l’hai ancora capito? Anche tu sei autistico’”. Dunque “oggi mi sembra tutto diverso e vedo nella presenza costante di Tommy un modo per ricordarmi il mio vero punto di vista, mentre fino a ieri mi sforzavo di conoscere il suo. Ed eccomi qui, arrivato a scoprirmi figlio di mio figlio” scrive nel romanzo, che sembra voler ‘parlare’ in particolare a tutti i genitori di ragazzi autistici”, scrive Nicoletti. Naturalmente l’autore sa per primo che non si deve banalizzare, che non siamo tutti autistici e che l’autismo è una cosa seria. Ma leggere e parlarne aiuta tutti. 

Io, figlio di mio figlio, Gianluca Nicoletti, Mondadori

Gaetano Vannuzzi