Compilation

Non scherzo: io non esco mai di casa senza portarmi dietro compilation adatte a ogni situazione. Innamorarsi. Assistere a una morte. Delusione. Impazienza. Traffico. Una compilation per ogni stato d’animo. Quando mi capita qualcosa di molto bello o molto brutto, il mio rimedio per non avere reazioni eccessive – per prendere le distanze dalle emozioni – è individuare la colonna sonora perfetta per quel momento. Anche la sera che è morto Rant, il mio primo pensiero, in automatico, è stato: Concerto per violino n. 2 di Philip Glass o Concerto per pianoforte in sol maggiore di Ravel?

(Chuck Palahniuk, “Rabbia”)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Il dolore da raccontare

Il romanzo di cui parliamo oggi si chiama “I miei piccoli dispiaceri”, scritto da una canadese che si chiama Miriam Towes, al suo sesto romanzo. Il titolo è dovuto ad una poesia di Coleridge (il verso è “all my puny sorrows”). Parla di morte e di dolore, ma fa anche molto ridere.

I lettori appassionati lo diffondono via social network, il romanzo – edito da Marcos Y Marcos – ha già un acronimo per Twitter (IMPD, ovvero le parole del titolo). Chi lo ha recensito dice che si ride non del gelido umorismo inglese ma con il vero coinvolgimento emotivo, quello che fa uscire i lacrimoni di gioia o di dolore.

La storia è quella di due sorelle una delle quali – la geniale e amata – vuole andare in Svizzera per farsi morire. 

Ma quel che rende interessante una messa in scena di una cosa che ci riguarda più o meno tutti – sotto forma di romanzo, in questo caso – è la forma di questa messa in scena.

Se è tecnicamente bello, per lo stile, la qualità della scrittura, la resa narrativa, sarà bello leggerlo. Altrimenti non è il dolore in sé che può fare bello un romanzo. Per quel che abbiamo letto il dolore e anche la morte di una sorella hanno riguardato direttamente l’autrice, ma non è per questo – crediamo – che vale la pena di leggere I miei piccoli dispiaceri.

 

Disobbedire con allegria

Negli ultimi 10-15 anni la polizia si presenta nelle strade con equipaggiamenti e mezzi sempre più sofisticati. Durante le proteste che hanno segnato la grande crisi, nel biennio 2010-2011, Atene, sopratutto, ma anche Madrid, Lisbona e Roma hanno vissuto giornate di scontri prolungati e di violenza. Ma nel febbraio 2012 un gruppo di attivisti di Berlino, riuniti nell’Eclectic Electric Collective, suggerì agli organizzatori dello sciopero generale a Barcellona di portare nei cortei e lanciare contro la polizia dei giganteschi cubi grigi gonfiabili. Il sasso di plastica, un metro e mezzo per un metro e mezzo, sconcertò i tutori dell’ordine, con qualche effetto comico visibile nei filmati… Per quella volta la manifestazione terminò senza incidenti e anzi con una partita di massa a pallavolo. I giovani di Berlino si definiscono fautori della tactical frivolity. Un modo per disobbedire anche con allegria.

(Giuseppe Sarcina sull’inserto “La lettura” del Corriere della Sera, 3/8/2014) 

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Riflusso

Molti li aveva persi di vista durante uno dei tanti esodi; ogni tanto riceveva mail dall’India, dall’Australia. L’invasione degli extracomunitari, nei primi anni duemila – effetto collaterale di una prosperità consolidata – si era fermata da un pezzo: da qualche anno era iniziato il riflusso, un’era di evasioni silenziose. La gente spariva di notte, nel buio, lasciando case vuote, mutui appena firmati, frigoriferi non pagati. Il Paese si svuotava un po’ alla volta, inesorabilmente: dalle frontiere osmotiche filtrava un percolato umano intriso di fallimento e rassegnazione.

(Paolo Zardi, “XXI secolo”)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Mamma

 

Starebbe meglio in ospedale, ora, disse il dottore…

 

Ora uno alla volta arrivarono i figli, quelli che potevano. Hanna, Paul, Sammy. Troppo tardi per domandare: e cosa hai imparato nella vita, Mamma, e cosa dobbiamo sapere?

 

 

 

(Tillie Olsen in “Scrittori ebrei americani”, a cura di Mario Materassi) 

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

 

 

Ieri, primo maggio

Ho provato dolore, come provo dolore oggi, nel vederlo raccogliere i suoi effetti personali dentro una scatola, nel vederlo sgomberare il suo ufficio e portare tutto fuori dall’azienda. Mi dispiace infine ripensare al suo ultimo giorno di permanenza al lavoro, al viso dei suoi bellisimi figli rimasto appeso al muro dentro una cornice. Mi dispiace, e con questo concludo, avergli detto Mi dispiace di fronte al foglio con il quale lo allontanavo definitivamente dall’azienda, così come mi dispiace, di fronte alla sua accorata richiesta di poter fare ritorno un giorno tra di noi, avergli detto Mi dispiace. Mi dispiace, no.

(Andrea Bajani, “Cordiali saluti”)

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