Il pericolo del viaggio

Vorrei precisare che non mi sono praticamente mai sentito in pericolo viaggiando in giro per il mondo. Forse perché ho avuto una fortuna sfacciata. O forse è stato un misto di fortuna sfacciata, buon senso e fiducia reciproca: fidati degli altri e gli altri si fideranno di te, mostra rispetto e ti verrà mostrato rispetto. In ogni caso è stata un’evoluzione graduale. Quando ho cominciato a viaggiare ero ingenuo, sbadato e credulone, e non mi è mai successo nulla. Quella è stata probabilmente la fase della fortuna sfacciata. Poi mi sono messo a leggere le guide, gli avvisi del dipartimento di stato, le infinite spiegazioni sugli usi e costumi, sui codici e le offese culturali, sui pericoli regionali, e sono diventato cauto, attento e sveglio. Tenevo i soldi nelle scarpe o legati attorno alla vita. Prendevo mille precauzioni, convinto che in una regione le persone facessero questo e in un’altra regione quest’altro. Alla fine, però, mi sono reso conto che nessuno in nessuna regione faceva quello che mi aspettavo che facesse, e ancora meno quello che avrebbe dovuto fare secondo le guide. Tutti si comportavano come chiunque altro, cioè come individui che fanno delle scelte.

    (Dave Eggers su “Internazionale” del 1/8/2014)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Tutti lottavano per trattenere qualcuno

Ho controllato il mio BlackBerry. C’erano due sms di Dan. Il primo era una sintesi delle mie mancanze come moglie e madre e il secondo un messaggio di scuse per il primo. Alcol, tristezza, comportamenti impulsivi e deplorevoli. Erano queste le sue ragioni. I semi della discordia. Lo capivo. Certe volte mi manda delle mail talmente formali che sembrerebbero redatte da una schiera di avvocati, altre volte le sue mail sono una specie di prolungamento delle nostre conversazioni negli anni, di intimo motteggio sul nulla come se questa faccenda del divorzio fosse solo un gioco… Dan non voleva che me ne andassi. Io non volevo che Elf se ne andasse. Chiunque al mondo lottava per trattenere qualcuno. Quando Richard Bach scrisse “Se ami qualcuno, lascialo libero”, probabilmente non si rivolgeva agli esseri umani.

    (Miriam Toews, “I miei piccoli dispiaceri”)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

22 lettere di rifiuto

“Si sbagliano”, disse con calma Pascaline al ventiduesimo rifiuto consecutivo.
Vivevamo insieme dal 2004. Io scrivevo ma sapevo che lei era un’ottima lettrice… un giorno mi sono fatto coraggio e le ho dato da leggere il manoscritto quasi finito di “Irène”. Lei mi dice “questo libro merita di essere pubblicato”, mi incoraggia a sottoporlo agli editori. Ricevo 22 lettere di rifiuto. Quando è arrivata l’ultima ero depresso, ma Pascaline dice tranquilla: “Non preoccuparti, si sbagliano”. Otto giorni dopo uno dei 22 (Editions du Masque, ndr) mi telefona: “Ci siamo sbagliati”, e decide di pubblicarmi.

(Pierre Lemaitre intervistato da Stefano Montefiori su “La lettura” del Corsera, 1/2/15)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Con la Grecia, per la Grecia

In questi giorni il mio pensiero va continuamente a mio padre, un uomo di 93 anni che vive nell’isola di Tinos, che ha fatto la guerra negli anni ’40, che ha lavorato duro per far crescere e istruire i figli e adesso si vede umiliato, senza più diritti acquisiti, senza assistenza sanitaria, senza una pensione che gli permetta di vivere senza affanni e disagi. Mi addolora la composta e dignitosa tristezza degli anziani nelle isole della Grecia, nelle mie Cicladi. Non si aspettavano certo una vecchiaia così densa di preoccupazioni… L’austerità ha lasciato gli ospedali e le strutture sanitarie periferiche della Grecia senza medicinali. Case al buio, aumento dei suicidi, in Grecia c’è un’emergenza umanitaria. Ma i media preferiscono parlare delle file nei bancomat o del look di Varoufakis.

(Jannis Korinthios sul “Corriere del Mezzogiorno” del 5/7/2015)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

Scelte

  Ha notato qualcos’altro?

L’aveva notato.

La bambina aveva in mano un cavallino di plastica…

Mi alzai presto, presi un krapfen e un caffè in una stazione di servizio e mi immisi sulla I-80.

A volte la vita ti offre delle scelte chiare.

Che strada prendere? Letteralmente.

Verso est, per parlare con una donna che aveva bevuto quando, un anno prima, con poca luce, aveva visto una bambina con un cavallo pezzato di plastica? Quante bambine hanno giocattoli simili, mi chiesi. Migliaia? Milioni?

Oppure andare a ovest, verso casa, dove c’è tua moglie, la tua vita?

Il tizio dietro di me diede un colpo di clacson, così dovetti scegliere in fretta.

Girai a est.

   (Don Winslow, “Missing. New York”)

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La cultura, ovvero il lavoro della terra

Mio padre è entrato nel mondo quando ha raggiunto il suo reggimento. Parigi, la metropolitana, una città della Lorena, un’uniforme che li rendeva tutti uguali, dei commilitoni venuti da ogni dove, la caserma più grande di un castello. Ebbe diritto a scambiare i suoi denti rosi dal sidro con una dentiera. Si faceva fotografare spesso.

Al rientro, non ha più voluto ritornare alla cultura. Era così che chiamava il lavoro della terra, risultandogli inutile l’altro significato della parola.

(Annie Ernaux, “Il posto”) 

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Fari

A chi, come me, è nato in Adriatico, non la darete a intendere che i fari più belli d’Europa stanno in Bretagna o Cornovaglia. Sappiatelo, voi che amate il mare e vi fate infinocchiare dalle foto che glorificano torri oceaniche assediate dai marosi. Il Mediterraneo non è da meno…

Eppure, provate a cercare un calendario con i fari mediterranei. Non ne troverete, nemmeno nei negozi specializzati di marineria… Nessuno vi dirà delle torri genovesi o dei resti impressionanti del faro di Alessandria, il Grande Capostipite. Non troverete nessun calendario illustrato con le spettacolari torri di guardia erette contro i Saraceni sulle coste della Sicilia o con le immense rovine dei fari di epoca romana…

I grandi fari sono figli degli imperi, non delle nazioni. Una rete capillare di luci amiche dei naviganti richiede una certa visione del mondo. Esclude gelosie protezionistiche, e guarda al mare come a un ponte.

 

(Paolo Rumiz su “La Repubblica” del 15/8/2014)

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Il non detto parla più del detto

Sentii il bisogno di telefonare alle mie figlie, raccontare l’incidente. Rispose Marta, attaccò a parlare come faceva lei, fitto fitto e sovratono… Parlò e parlò, se la prese a un certo punto col clima. Il Canada, esclamò, è un paese inabitabile, sia d’inverno che d’estate. Non mi chiese mai nemmeno come stavo, o forse me lo chiese ma non mi diede il modo di risponderle. Probabile anche che non citasse mai il padre, ce lo sentii io tra una parola e l’altra. Nelle conversazioni con le mie figlie sento parole o frasi sottaciute. Loro a volte si arrabbiano, mi dicono mamma – non l’ho mai detto – lo stai dicendo tu – te lo sei inventato. Ma non invento niente, mi basta ascoltare, il non detto parla più del detto.

(Elena Ferrante, “La figlia oscura”)

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