Alle Colonne d’Ercole

5 agosto 2017

«Fino a dove? ma che sei matto?» «Fighissimo!» «Quanti chilometri sono?» «E tua moglie che dice?» «mica da solo?… ma davvero da solo?» «Quanto mi piacerebbe!» «ma proprio solo solo?».

Domande rivolte a un ciclista.

Il ciclista si propone di fare un viaggio. 2300 chilometri, sette Paesi da attraversare, 26 mila metri di dislivello complessivo, in 23 tappe. Un centinaio di chilometri al giorno. Il ciclista si chiama Tullio e il suo viaggio inizia e finisce seduto su un mezzo. In treno per arrivare al punto di partenza. E su un traghetto, dopo l’arrivo.

Il ciclista è un po’ capatosta, come gli dice un amico, Maurizio, che lo propone per la cittadinanza onoraria di capatosta, come i calabresi.

Il diario di questo viaggio è diventato un libro. Tullio Berlenghi, questo il nome del ciclista autore, ha scritto “Alle colonne d’Ercole”. Che non è solo un diario di viaggio. E’ anche un racconto appassionante ed ironico di cosa significhi incontrare le persone, i Paesi, i paesaggi, le storie di ciascuno. Non solo le strade ed i ciclisti. E’ anche una bella collezione di illustrazioni (di Maria Cristina Marsili) e di foto (dell’autore), che accompagnano il lettore lungo il percorso solitario.

A dire la verità Tullio non è mai solo anche quando è solo. E il lettore scopre anche che non è così originale l’idea di partire e fare migliaia di chilometri in bicicletta. Per esempio poco dopo l’inizio del viaggio il ciclista incontra “Giuseppe e Giovanna – lui fisico muscoloso, pizzetto e “pelata” alla Pantani, lei magra e atletica, capelli e occhi scuri – partiti da Caiazzo, in provincia di Benevento, e diretti a Lisbona, per fare un viaggio negli Stati Uniti coast to coast”.

Il bello di Alle Colonne d’Ercole è che il ciclista non è solo un ciclista. E’ anche un cittadino che – prima ancora di partire – pensa al referendum sulle trivelle, per esempio.

Ché, in Francia, pensa al paesaggio che ha intorno e scrive che “la sensazione però è che ci sia ancora parecchio suolo ‘libero dal cemento’ a beneficio – oltre che, ovviamente, dell’economia agricola – della bellezza del paesaggio. Un paesaggio che dovremmo tutelare adeguatamente anche in Italia – lo prevede la nostra Carta Costituzionale all’interno dei principi fondamentali (articolo 9) – ma che troppo spesso è sacrificato per ragioni speculative”.

Ebbene, l’articolo 9 della Costituzione non è l’unico citato. C’è l’articolo 11 (l’autore pensa a La guerra di Piero e ai “mille papaveri rossi”) sulla guerra e la pace.

E poi Tullio Berlenghi è un ciclista che ci tiene ad usare propriamente le parole.

“Per uno come me che se ne va a zonzo per l’Europa a fare una cosa che gli piace da matti, si può forse parlare di fatica, di stanchezza, di muscoli intorpiditi, ma bisognerebbe usare con cautela iperboli come ‘sofferenza’ o, persino, ‘tortura’”. Ecco, tortura – scrive Berlenghi- è un’altra cosa”.

E’ “la sospensione dei diritti – di norma giustificata da situazioni di eccezionale gravità – è inaccettabile. e penso a quanta, troppa, indifferenza ci sia nei confronti del caso Regeni”.

Per questo non è solo il diario di un ciclista ma il racconto di un cittadino.

Un cittadino capace di citazioni colte ma anche ironiche, come quella dell’indimenticabile sguardo spaventato di Massimo Troisi, interrogato da una soldatessa armata, nel film con Roberto Benigni, Non ci resta che piangere.

Forse anche per questo il diario ha molti sponsor: dalla prevedibile Federazione amici della bicicletta, dai Tetes de Bois, citati nel corso del libro, passando per l’Associazione nazionale partigiani, sezione di Colleferro (l’autore vive a Labico , a sud di Roma).

Alcuni momenti da segnalare?

Il ciclista usa una app e segue la strada che indica. Con gli inevitabili problemi di chiunque abbia provato ad usare un navigatore, fino a trovarsi a ridosso di una autostrada: “Monsieur, monsieur”, dice un francese che aggiunge una frase che “il mio traduttore istintivo interpreta pressappoco come ‘ndo cazzo vai, co’ sta bici?. Ringrazio sollecitamente il gentile automobilista e mentalmente mi appunto l’ipotesi di passare alla versione a pagamento dell’applicazione. Potrebbe tornarmi utile, anche per la sopravvivenza”.

Altro momento divertente: in una giornata orribile, piovosa, su un percorso particolarmente faticoso, alla prima vera salita, Berlenghi scrive “L’unica nota di colore sono io, con il rosso del giubbotto ormai permeabile e il giallo del cappuccio, ma l’abbinamento è del tutto casuale. nonostante la pioggia, tiro fuori l’attrezzatura e fotografo il cartello con la scritta bianca su fondo marrone che segnala il passo. Mi faccio anche un autoscatto e devo dire che lo spettacolo che offro – per fortuna solo a me stesso – è piuttosto penoso.Ma anche questo va documentato. Click. È strano come una situazione che normalmente si potrebbe definire di disagio – freddo, pioggia, salite – mi faccia provare sensazioni comunque positive. Andare alla scoperta di posti nuovi in bicicletta è un’esperienza di grande arricchimento”.

Il libro contiene in appendice anche alcuni contributi. Quello di Eleonora Fioramonti spiega cos’è l’iniziativa “Pedalando coast to coast”, spesso evocata nel corso del diario di viaggio. Ogni anno un gruppo di “persone di età variabile tra i 10 e i 70 anni” decide di attraversare una regione a piedi. Si è partiti dalla Basilicata, forse citando un famoso film.

Andrea Cortese invece spiega che “le dodici fatiche di Tullio”, partito da Imperia per arrivare a Gibilterra, sono in fondo la metafora della vita e del fatto che comunque è bene andare avanti.

L’ultima tappa del viaggio è la richiesta ad un tassista, tornando dalle Colonne d’Ercole, di fermarsi per fare un bagno nel mare. Anzi, nell’Oceano.

Il viaggio in realtà finisce non a Gibilterra ma a Tangeri, con il suo caotico traffico molto poco ospitale per il ciclista. Tullio lascia la bici in albergo perché sa che il giorno dopo non deve ripartire per la tappa successiva, non c’è da lavarsi via la stanchezza né da fare il bucato per il giorno dopo. Può fare il turista e farsi portare a spasso per la medina della città, tra banchetti e cammelli spelacchiati.
Ma inevitabilmente pensa al suo tuffo nell’Oceano, forse più autentico del tour che sta facendo, alla fine delle sue tre settimane di viaggio, fino alle Colonne d’Ercole.

Alle Colonne d’Ercole, Tullio Berlenghi. Dei Merangoli Editrice.  

Gaetano Vannuzzi

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