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Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern

20 giugno 2018

Nel 1951 Elio Vittorini ed Italo Calvino danno il via libera alla pubblicazione del romanzo Il sergente nella neve, scritto da un alpinista e impiegato dello Stato che si chiamava Mario Rigoni Stern. Giulio Einaudi si raccomandò ai suoi due “editor”, come si chiamerebbero ora, di fare le correzioni del caso allo stile e di trovare un buon titolo.

A scegliere  “Il sergente nella neve” fu Vittorini, entusiasta del libro perché lo riteneva “la cosa più viva letta sulla guerra”. Il libro andò benissimo, tanto da essere tradotto qualche anno dopo anche nel Regno Unito, Paese che molto raramente accoglie scrittori di altre lingue. Una lettera del 1953 di Italo Calvino a Rigoni Stern è emblematica dello stile di Rigoni:

Caro Rigoni Stern, abbiamo la Sua lettera del 22 giugno, che ci ha riempito di rimorso perché non l’abbiamo tenuta al corrente della grande fortuna del suo libro. Di fatto siamo abituati a trattare con autori molto vanesii, abbonati all’Eco della Stampa e che non perdono una sillaba di quanto si dice e si scrive di loro in tutta Italia, e abituati a molestare critici e recensori per far parlare di loro; e il Suo caso, di Lei così modesto e appartato che ottiene tanto spontaneo successo è davvero un caso nuovo e confortante. Ma come? Lei non sa d’essere lo scrittore del giorno? L’uomo più discusso, esaltato, celebrato su tutti i giornali italiani?

Probabilmente non lo sapeva e non gli interessava granché.

Ne parliamo perché da poco Einaudi ha deciso, meritoriamente, la ristampa di un altro libro di Rigoni Stern che piacque molto a Calvino. Venne pubblicato all’inizio degli anni 60, il titolo piaceva molto a entrambi.

Si tratta di una raccolta di racconti in cui la natura, la miseria, la montagna e i boschi e le persone, tutto è personaggio. Paolo Cognetti lo presenta come “il più grande scrittore di montagna”, e forse la definizione è riduttiva.

Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, pagine 200, 2018 

Miranda Guterres

Resto qui, di Marco Balzano

19 giugno 2018

Uno dei libri candidati a vincere il premio strega, insieme a La ragazza con la Leica, di cui parlammo tempo fa su questo sito, è firmato da Marco Balzano e si intitola Resto qui. E’ quel che dice la protagonista del romanzo, Trina, una maestra che non lascia il paese del Tirolo in cui abita, quando il fascismo è appena arrivato, con la sua ossessione per l’italiano e gli italiani. Chi abitava da quelle parti era comunque sbagliato. Troppo tedesco per Mussolini, troppo italiano per Hitler.

In un posto come quello non si stava comodi.

Quando arriva la guerra sì, decide di andarsene per seguire il marito Erich, disertore. E per fuggire il fascismo ancora più incattivito. E poi c’è il dopoguerra, in una terra non particolarmente amichevole, con una natura intorno non particolarmente amichevole.

Trina ha una figlia scomparsa e si rivolge a lei fin dalle prime pagine del libro. A lei dà la parola l’autore. Il libro ha in copertina una foto particolarmente significativa: un campanile quasi completamente sommerso dall’acqua. E’ un luogo reale, un paese che è diventato lago dopo una terribile inondazione. L’autore l’ha visto anni fa e lo ha messo nel romanzo. Ma il romanzo non parla solo di quel campanile.

Parla di chi decide di resistere anche se tutti gli altri non lo fanno, di puntare i piedi, e di continuare a rivolgersi, con la sua scrittura esatta da maestra, alla figlia che è scomparsa.

Marco Balzano, Resto qui, Einaudi

Gaetano Vannuzzi

La nave dei dannati

14 giugno 2018

La St Louis era un transatlantico di lusso, non una carretta del mare. Nel maggio del 1939 la nave St. Louis salpò dal porto di Amburgo, in Germania, per dirigersi verso l’Avana. Era carica di poco meno di mille passeggeri, tutti ebrei, in fuga dall’Europa e in particolare dala Germania nazista.

Cuba era il punto di ingresso per gli Stati Uniti. Si pagava un visto di circa 300 dollari di allora, si arrivava all’Avana e ci si dirigeva poi verso gli Stati Uniti. Ma al porto di Avana lo sbarco dei passeggeri non fu consentito. Le autorità locali chiedevano un ulteriore pagamento di altri 500 dollari. Quelli che li avevano pagarono e scesero, gli altri restarono sulla nave.

Il comandante, il tedesco Gustav Schröder, fece rotta verso gli Stati Uniti sperando che in Florida lasciassero entrare gli esuli ebrei. Ma non riuscì. Allora decise di tornare indietro, pensando: un Paese europeo che accolga questi esuli ci sarà. Schroder non voleva riportarli in Germania perché sapeva già quale sarebbe stato il loro destino.

Li aveva rifiutati Roosevelt, li aveva rifiutati il Canada, li avevano rifiutati tutti i Paesi dell’America Latina. A Berlino intanto i nazisti esultavano: Goebbels per esempio, che esclamava soffisfatto: «Nessuno li vuole!». Come finirà?

Il libro di cui parliamo oggi parla di questo. Ristampato da Neri Pozza nel 2015, scritto da Gilbert Sinoué, è rigorosamente basato su documenti di archivio e su testimonianze dei sopravvisuti. Si chiama Una nave per l’inferno.

Una nave per l’inferno, Gilbert Sinoué, Neri Pozza, 2015

Miranda Guterres

 

Kiss me first, cupo e inquietante

13 giugno 2018

Cupo, spiazzante, inquietante”: tre aggettivi definiscono una serie tv in prossima uscita, dal 29 giugno, su Netflix, una delle piattaforme che trasmettono via internet film e serie televisive.

Come altre, Netflix non si limita a trasmettere cose fatte da altri ma ha iniziato da qualche tempo a produrre, investendo risorse in progetti televisivi che spesso hanno il pregio di essere più ricercati perché destinati ad un pubblico meno eterogeneo di quello della cosiddetta televisione generalista.

La serie tv – realizzata nel Regno Unito e di prossima uscita si chiama Kiss me first. La protagonista è una ragazza introversa e solitaria che passa il tempo su internet, specie su giochi di realtà virtuale, e che fa amicizia con una coetanea molto diversa da lei. Le due si chiamano rispettivamente Tess e Leila e la serie, secondo le definizioni ufficiali, ha le caratteristiche del “teen drama“, in cui si parla di amicizia ma anche di segreti e misteri. E’ a metà tra il fantasy e il crime.

La storia è tratta da un romanzo con lo stesso titolo. Non sapremmo se consigliarvi di leggerlo prima o dopo aver visto la serie tv. Spesso le storie tratte da opere letterarie tradiscono le intenzioni dell’autore, qualche volta sono anche migliori. In ogni caso l’autrice del romanzo si chiama Lottie Moggach, una giornalista che ha lavorato per diversi giornali britannici tra i quali il Financial Timesl. Vive a Londra e Kiss me first è il suo primo romanzo. I commenti dei lettori sul portale Goodreads sottolineano soprattutto il fatto che i personaggi, specialmente quello di Leila, non sono simpatici, non sono gradevoli, non inducono all’immedesimazione che nei romanzi si dovrebbe trovare. Ma, forse proprio per questo, il romanzo piace a chi lo ha letto. Una lettura sotto l’ombrellone al posto del classico giallo.

Kiss me first, Lottie Moggach, Editrice Nord, 2018

Gaetano Vannuzzi

Eleanor Oliphant is completely fine

12 giugno 2018

Eleanor Oliphant sta benissimo è un romanzo-caso editoriale: scritto da una autrice scozzese, Gail Honeyman, è in testa alle classifiche da mesi. Nel Regno Unito, dove è uscito un gennaio, continua ad essere uno dei libri più venduti: ha venduto più di qualsiasi altro romanzo d’esordio nella storia letteraria britannica. Nel frattempo è stato tradotto in 35 Paesi. Italia compresa. Il libro sta per diventare un film e forse vale la pena di leggerlo prima che esca. Ecco l’incipit:

“Quando qualcuno – tassisti, igienisti dentali – mi chiede che cosa faccio, io rispondo che lavoro in un ufficio. In quasi nove anni nessuno mi ha mai chiesto che tipo di ufficio si tratta o che genere di lavoro svolgo. Non so decidermi se è perchè corrispondo perfettamente alla loro idea di come dev’essere una che lavora in un ufficio oppure se è perchè la gente sente la frase lavoro in un ufficio e automaticamente completa gli spazi bianchi: una tizia che fa le fotocopie, un tipo che digita su una tastiera. Non mi lamento. Sono contenta di non dovermi addentrare nei dettagli tortuosi e affascinanti delle note di credito. Quando ho cominciato a lavorare qui e tutti mi facevano quella domanda, io rispondevo che lavorare per un’agenzia di graphic design, ma a quel punto i miei interlocutori supponevano che fossi un tipo creativo. Mi ero stufata di vedere le loro facce diventare inespressive quando spiegavo che mi occupavo del back office e non usavo le penne con la punta fine né i software fichi”.

Eleanor vive una vita ordinata, fa sempre le stesse cose, compresa la vodka che beve nel fine settimana. Poi però arriva l’imprevisto, una cosa non prevista nella sua vita ordinata. Un semplice gesto gentile. E le cose cambiano. Come potete immaginare il tono del romanzo è sempre tra la risata e la tristezza e il personaggio procura immediata l’immedesimazione del lettore.

E’ un personaggio che “resta attaccato alla nostra pelle”, come ha scritto Gaia Manzini su La Repubblica

Eleaonor Oliphant sta benissimo, Gail Honeyman, Garzanti, 2018

Miranda Guterres

La Goccia: non uscirò di qui

11 giugno 2018

Non venirmi a raccontare stronzate sulle regole di Moss Side, non c’è mai un buon motivo per mandare qualcuno al creatore… vieni qui dopo che per anni non ti sei mai fatto vivo e mi dici che hai ammazzato come cani dei ragazzi di diciassette anni. Io cosa dovrei fare? Ascoltarti, aiutarti, magari nasconderti? O assolverti? Non sei più un figlio di Moss Side, BigMac, non sei più un mio problema, non so cosa sei tornato a fare in questo letamaio e non lo voglio sapere. Adesso mi siedo su questa poltrona e chiudo gli occhi, quando li riapro non voglio più vedere il tuo muso nero in questa stanza”.

Peter cercò di respirare, le parole del pastore bruciavano molto più delle ferita d’arma da fuoco…

Non me ne vado, Juggla, non posso. Puoi lasciarmi morire dissanguato ma non uscirò di qui, non prima che tu mi abbia ascoltato”.

Il reverendo, che nel frattempo si era riseduto, aprì gli occhi… non disse una parola per oltre un minuto, ma in silenzio si preparava ad ascoltare Peter.

(Stefano Tura, “Tu sei il prossimo”)

Le Gocce sono scelte da Mariletta Caiazza

100 cose da fare a Londra

10 giugno 2018

Le guide di Londra e dell’Inghilterra non mancano. Ovunque trovate consigli, luoghi da vedere, manuali cartacei ed app per guidarvi nella capitale del Regno Unito e in altri luoghi dell’Inghilterra.

La città di Londra è sempre notevole per attrazioni e cose da vedere, di tutti i tipi, meno noti sono i luoghi dell’Inghilterra, Per questo vogliamo segnalarvi una guida, disponibile in rete, perché è ricchissima:

100 things to do in England, firmata da da Janice Rogers, che scrive per il sito Your Rv Lifestile,

Il sito è dedicato a quelli che nel mondo anglosassone sono i Recreational Vehicle, cioé ai camper e a tutto quel che somiglia ai camper (le motorhome sono un classico del turismo di alcuni Paesi).

La guida però non è solo per chi gira in camper, ovviamente. E’ per chi ama girare l’Inghilterra, passando dai classici di Londra, come la Torre o Buckingam Palace, alla casa di Churchill, da Westminster alla penisola di Lizard, in Cornovaglia passando per le bianche scogliere di Dover, fino al Barnstable Pannier Market, un mercato coperto molto grande e praticamente immutato, dicono, da 150 anni. I consigli sono numerosi e vari.

Nella lista delle 100 cose da fare ci sono molte altre piccole perle da segnare per il vostro prossimo viaggio oltre Manica. Con camper o senza. Dateci un’occhiata.

Miranda Guterres